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“I riflessi di “Black Mirror””

Screenshot (117).pngdi Gabriele Ottaviani

Gli episodi delle quattro stagioni della serie televisiva britannica Black Mirror ideata da Charlie Brooker, come uno specchio, riflettono le nostre esistenze proiettandole in un plausibile e distopico futuro che, attraverso i filtri espressivi della satira e dello humour nero, ci invitano crudamente a riflettere sui processi di adattamento degli individui ai mutati scenari mediali. Con acume e lucidità disarmante, Black Mirror sembra portare iperbolicamente all’esterno le paure, le dissonanze, le ferite aperte e le crepe di un mondo dominato da una crescente deriva tecnologica. Deriva che riflette non tanto una società governata dai media, quanto un futuro distopico e pessimista dominato dagli uomini attraverso i media. Alcuni tra gli scenari che si delineano ci proiettano nella cosiddetta rivoluzione digitale di una società iperconnessa che traduce in fiction alcune intuizioni rintracciabili nel diffondersi, nella comunità scientifica internazionale, del concetto di Digital Death. Da questo intreccio sarà possibile riflettere sul mutato e intricato rapporto che intercorre tra l’individuo e la fine della vita…

Black mirror è una serie antologica complessivamente ben scritta, ben diretta, ben interpretata e ben confezionata che declina in vario modo le angosce legate alla tecnologia e alla sua sempre più significativa e invasiva presenza per quel che concerne le umane sorti: edito da Rogas I riflessi di Black Mirror – Glossario su immaginari, culture e media della società digitale, a cura di Marco Tirino, assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione dell’Università di Salerno, esperto di sociologia delle culture digitali e audiovisive, di mediologia della letteratura e di media theory e autore di circa cinquanta saggi in volumi collettivi e riviste accademiche, e Antonio Tramontana, dottore di ricerca in Antropologia e Studi Storico-linguistici, esperto di forme espressive del mutamento sociale in base alle pulsioni determinate dalla teoria sociale e dall’immaginario collettivo, ricercatore per quel che riguarda temi, su cui ha scritto ampiamente, come la tecnologia digitale, gli oggetti, la chirurgia estetica, la paura, il terrorismo, il mistero, la fatalità, il male e il gioco, fondatore e membro della rivista Im@go. A Journal of the Social Imaginary, della Sezione Immaginario presso l’Associazione Italiana di Sociologia (AIS) e del Centro di Ricerca sull’Immaginario Mediale (CRIM) presso l’Università di Messina, è un saggio che procede per lemmi (algoritmo, atmosfera, audience, corpo, democrazia, esperienza, illusione, interazione, memoria, morte, paranoia, pathos, paura, schermo, serialità, tecnica, zootecnia: ognuna delle voci è firmata da un autore esperto del settore che ne fa un’attenta esegesi), aperto da una bella prefazione di Alfonso Amendola e corredato da un’ampia messe di note, compiuto, divulgativo, approfondito, dotto, ricco, interessante, che determina conoscenza e induce alla riflessione. Da non perdere. Per tutti gli appassionati – è appena uscito su Netflix anche una sorta di cosiddetto “episodio interattivo” – e non solo. Attenti agli spoiler, però!

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