cultura, Libri

A proposito di ‘ndrangheta

download (1).jpgdi Giuseppe Mario Tripodi

A proposito della «Storia segreta della ‘ndrangheta» di Gratteri e Nicaso

 

Il delinquente non produce soltanto delitti,

ma anche il diritto criminale, e con ciò produce

anche il professore che tiene lezioni sul diritto criminale …

Il delinquente produce inoltre tutta la polizia e la giustizia criminale,

gli sbirri, i giudici, i boia, i giurati … Egli … produce anche arte,

bella letteratura, romanzi

e perfino tragedie ….

Karl Marx

Le considerazioni dell’exerga marxiano (Teorie sul plusvalore, vol. I, Roma 1961, 582-583) sono un buon controcanto a Storia segreta della ‘ndrangheta (Milano, Mondadori, 2018) decimo, dopo nove volumi omotematici, ad uscire presso il più importante editore italiano; anche altri saggi, interviste e libri della premiata ditta Gratteri-Nicaso, apparsi in edizioni minori o su stampa variamente declinata, rimandano alle considerazioni del filosofo renano. Nonostante la pretesa del titolo, non di una storia della ‘ndrangheta si tratta ma, al massimo, di un caso di letteratura ndranghetologica particolarmente apprezzata dal ‘mercato’ della carta stampata;   discorsi alquanto generici e ripetuti in diverse salse ma con predominanza di ricercati disvelamenti sulla presunta segretezza dell’associazione (Una lunga e oscura vicenda di sangue e di potere – 1860-2018, recita infatti il sottotitolo). La cosa (sangue, potere, segreti) poteva avere qualche ragione storiografica se fatta cinquant’anni fa ma oggi risulta finalizzata unicamente a sfruttare un filone editoriale particolarmente redditizio. Si prenda il caso dei miti fondativi della ‘ndrangheta, con i cavalieri spagnoli che ricorrono in quasi tutti i libri della ditta  e con l’immancabile ‘codice’ che circola a stampa dal 1962 (in appendice a Cento anni di mafia di Guido Loschiavo e poi, dal 1976, in un libro di Sharo Gambino recentemente ristampato, La mafia in Calabria, Reggio Calabria 2009); a questi aspetti Gratteri e Nicaso avevano dedicato un volume uscito nel 2014 (Male lingue, Cosenza) associando alla fattura due glottologi consolidati. Ma il fenomeno della segretezza era già tutto dispiegato nel dramma dialettale i Mafiusi della Vicaria scritto a 4 mani da Giuseppe Rizzotto e Gaetano Mosca nel 1863. E Giuseppe Pitrè già nel 1889 (Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, vol. II, Firenze 1889, ma il libro è stato ristampato nel 2007 da Brancato) aveva scritto e raccolto ciò che c’era da raccogliere sul folklore mafioso; dopo di lui e al suo cospetto l’esercito degli mafiologi o ndranghetologi che offre la piazza, e che si sono succeduti nel tempo,  fanno la figura di dilettanti. E d’altra parte questi ‘riti di iniziazione’ che tanto spazio trovano nei libri di Gratteri e Nicaso sono,  oramai e al massimo,  folklore: lo dice l’avente causa di un boss a p. 214: «Mio padre di queste cose non ne ha voluto mai sapere … ed era il re dei re!». È prescrizione accolta in ambito storico che, prima di per porsi alla scrittura di un testo, occorra sapere preliminarmente se l’argomento sia stato vangato da altri con buoni risultati e, poi, se si ha qualcosa di nuovo da dire rispetto a quanto già pubblicato. Nicaso e Gratteri o non hanno indagato o, se lo hanno fatto, non si sono incontrati con la bella sintesi di Enzo Ciconte uscita per i tipi di Laterza, editore ultra secolare di saggistica storica, (‘Ndrangheta dall’Unità ad oggi, Bari 1992); un libro eccezionale, termine di paragone imprescindibile per ogni altra pubblicazione a riguardo, che avrebbe inibito qualsiasi accademico a porsi sulla strada di un’altra storia dedicata al fenomeno; al cui cospetto il lavoro che stiamo recensendo appare come un disorganico precipitato di informazioni colate sulla pagina, senza alcun criterio storiografico, da una striminzita bibliografia auto citatoria. E partiamo proprio dalla bibliografia: gli autori, aiutati da famigli colleghi ed editor consolidati, hanno messo insieme la bella cifra di 252 citazioni (1,5 citazione per ogni anno di cui si sono occupati) tratte da una cinquantina di libri (poco meno di un quinto sono ‘in conto proprio’), da articoli apparsi su numeri monografici di alcune riviste o su quotidiani (spesso locali), da alcune sentenze e da atti pre-processuali relativi a procedimenti penali, alcuni definiti e altri ancora pendenti. Le notizie ricavate dagli atti giudiziari sono sparse in tutti i capitoli e utilizzate, senza discriminazione alcuna quanto alla loro attendibilità; eppure gli autori sanno benissimo che un conto è l’informativa delle forze dell’ordine, un conto è la richiesta di provvedimenti cautelari a carico degli inquisiti o l’ordinanza del GIP, magari fatta col «copia e incolla», e un conto  è la sentenza definitiva che, in ogni caso, stabilisce la ‘verità processuale’; la quale poi, come insegna tutta la buona dottrina, non sempre coincide con la verità che deve perseguire lo storico. Spesso ci si imbatte in affermazioni riguardanti mafiosi di varia risma e di vario conio senza che venga indicata la fonte da cui sono tratte (pp. 50, 80, 85, 91, 95, 97, 99, 101, 110, 130, 178, 197-198, salvo altre). Un esempio per tutti: a p. 210 troviamo una notizia mai sentita in cinquant’anni di letture sulla mafia: Mommo Piromalli ebbe «un passato nella X Mas di Junio Valerio Borghese». Se così fosse andrebbe indicata la fonte: un processo a suo carico per tortura ai partigiani, una informativa della polizia, la memoria di un compagno d’arme, un articolo di giornale. Il lettore avrebbe così modo di consolidare la sua disistima per la persona, magari di aggiungerla a quella sanamente nutrita verso un personaggio di spicco della mafia nella Piana di Gioia Tauro nella seconda metà del secolo scorso. Niente di tutto questo. Nessuno ha interesse a smentire una notizia di questo genere (a che pro poi?) e il lettore normale finisce per dare come buona ogni affermazione degli autori; anche quando appare, come in questo caso, completamente inventata. Un altro esempio di invenzione o di mancata citazione di fonti storiche la troviamo alle pp. 45 e 46: vi si parla della consistenza dell’esercito ndranghetistico:

Infatti, scrive Giovanni Antonio Carbone in una serie di articoli, << basta che un contadino vada in carcere, qualunque sarà la pena che dovrà scontare, fosse per pochi giorni, gli tornerà sempre facile apprendere le nozioni preliminari per essere ammesso, se non altro com’alunno, nell’estesa società della Picciotteria … talmente numerosa in tutti i paesi che, limitandone la media al 4 % della popolazione, ci troviamo senza dubbio al di sotto del vero.

Fin qui la citazione virgolettata del suddetto Carbone; e uno si aspetterebbe una bella nota con l’indicazione degli articoli (se non l’intera ‘serie’ almeno uno o due) in cui compare questa sacra parola ‘carbonara’; niente citazione ed anzi, dopo aver conculcato vanamente le note al capitolo, andando a spulciare nell’indice dei nomi ci s’accorge che il detto Carbone Giovanni Antonio viene indicato solo ed esclusivamente alle p. 45 e 46 del libro. (Per la verità, nel nostro furore volto ad integrare il libro che stavamo leggendo, ci siamo sforzati di dare una identità al de cuius ma, pur digitando su Google Giovanni Antonio Carbone giornalista, nulla è venuto fuori). Quindi un nome gettato lì, senza che sia dato sapere se ad esso corrisponda o meno una persona reale; e, cosa ancora più grave, da quel ‘4 % della popolazione’ riferito a un ignoto o inesistente articolista, ne deriva un’affermazione d’autore da autocitare nel prossimo capolavoro ndranghetologico: «Una stima, la sua, che porterebbe a 17.480 gli affiliati alla picciotteria all’alba del nuovo secolo, nella sola provincia di Reggio Calabria» (p. 46). Se poi si va in cerca di qualche altra attendibilissima informazione si leggano le pp. 132 («Giorgio De Stefano aveva chiesto a Pietro Pirrello, cognato del boss Mico Tripodo, l’autorizzazione per affiliare due esponenti dell’estrema destra, Giuseppe Schimizzi e Aldo Pardo, entrambi arrestati per l’attentato alla questura», quando il Giuseppe che con Aldo Pardo aveva fatto l’attentato alla questura aveva un altro cognome), 152 («F. M. aveva ricevuto soldi in prestito da Gioacchino Piromalli, fratello di don Mommo…», all’anagrafe di Gioia Tauro risulta che Gioacchino sia solo nipote ex fratre dell’uomo col «passato nella X MAS»), a p. 189 («latitante da 15 anni, Trimboli aveva iniziato un viaggio in Bolivia  per conto del clan Paviglianiti di Roccaforte del Greco», quando, giustamente, a p. 180 si riferisce il detto clan al Comune di San Lorenzo). Ma il dato più originale è a p. 206: «Si sussurra, anche se non ci sono riscontri, che da tempo sia attivo a Joannesburg un locale di ‘ndrangheta!». Il sussurratore è ignoto ma se, nel tempo, emetterà altri flatus vocis  su ‘locali di ndrangheta’ aperti a Reykjavik, a Capo Nord, a Vorkuta o nella Terra del Fuoco, sicuramente li leggeremo nel prossimo tomo del tandem Gratteri-Nicaso.

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