Libri

“Becoming”

41g97yQ1RRL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Avrei fatto qualunque cosa per contribuire a rendere più lieto quel giorno. In altre parole, ero molto più eccitata dalla preparazione delle nozze di mio fratello che non dalla prospettiva di ripassare la casistica degli illeciti civili. Tutto questo accadeva ai vecchi tempi in cui i risultati degli esami arrivavano per posta. In autunno, con esame di Stato e matrimonio alle spalle, un giorno telefonai a mio padre dall’ufficio e gli chiesi se era arrivata la posta. Era arrivata. Per caso una busta indirizzata a me? Sì. Era una lettera dell’Illinois State Bar Association? Come, ah, sì, sulla busta c’era scritto proprio così. Allora gli chiesi di aprirla, e sentii un fruscio e poi una lunga, pesante pausa all’altro capo del filo. Non l’avevo passato. In tutta la mia vita non avevo mai fallito un test, a meno di voler contare quella volta all’asilo in cui non ero riuscita a leggere la parola «white» sul cartoncino che mi mostrava la maestra. Ma avevo toppato l’esame di Stato. Mi vergognavo, sicura di aver deluso tutte le persone che mi avevano insegnato qualcosa, incoraggiato o dato un lavoro. Non ero abituata a commettere errori. Semmai, al contrario, esageravo con l’impegno, soprattutto quando si trattava di prepararmi per occasioni importanti o per un esame; ma questo me l’ero lasciato sfuggire di mano. Ora penso che l’insuccesso sia stato un effetto collaterale del disinteresse che avevo provato per tutto il corso della Law School, esaurita com’ero dallo studio e annoiata da materie che mi sembravano esoteriche e lontanissime dalla vita reale. Volevo avere a che fare con le persone e non con i libri, e credo fosse questo il motivo per cui l’esperienza migliore di Legge era stato il volontariato all’ufficio per l’assistenza legale, dove potevo aiutare qualcuno a ottenere un assegno dalla previdenza sociale o a opporsi alle pretese di un padrone di casa scorretto. E però, non mi piaceva fallire. Avrei provato per mesi l’amarezza della sconfitta, anche se un sacco di colleghi da Sidley mi confessarono di non avercela fatta al primo tentativo. In autunno, mi preparai con impegno e studiai per ripetere l’esame, passandolo senza problemi. Alla fine, orgoglio a parte, la mia bocciatura non avrebbe avuto nessuna conseguenza. Alcuni anni dopo, tuttavia, il ricordo mi induceva a osservare Barack con una dose extra di curiosità. Seguiva le lezioni del corso propedeutico e si portava appresso i libri, ma non li apriva tanto spesso quanto forse avrebbe dovuto, secondo me, o in ogni caso non quanto avrei fatto io, visto quello che mi era capitato. Ma non avevo intenzione di assillarlo e ancor meno di usare la mia esperienza come metro di quello che poteva andare storto. Eravamo fatti troppo diversamente, lui e io. Intanto, la testa di Barack era una valigia stracolma di informazioni, un computer da cui poteva estrarre dati a piacimento. Io lo chiamavo «l’uomo dei fatti», visto che aveva sempre dei numeri da snocciolare a ogni nuova piega della conversazione. Aveva una memoria non proprio fotografica, ma quasi. La verità è che non ero preoccupata del fatto che passasse l’esame e – questo era un po’ seccante – non lo era nemmeno lui. Così festeggiammo subito, il giorno stesso in cui finì l’esame – il 31 luglio 1991 – prenotando un tavolo da Gordon, un ristorante in centro. Era uno dei nostri preferiti, un locale per le occasioni speciali, con i lampadari art déco che diffondono una luce soffusa, le tovaglie candide inamidate e un menu con caviale e cuori di carciofo fritti. Eravamo in piena estate e felici. Da Gordon ordinavamo sempre un pasto completo. Quella sera prendemmo due Martini con gli stuzzichini per aperitivo. Scegliemmo un buon vino per gli antipasti. Chiacchierammo del più e del meno, contenti e forse un po’ sdolcinati. Verso la fine della cena Barack mi sorrise e sollevò la questione del matrimonio. Mi prese la mano e dichiarò che per quanto mi amasse con tutto sé stesso, continuava a non vedere il motivo di un passo simile. Istantaneamente, mi sentii avvampare. Era come schiacciare un pulsante dentro di me, uno di quei grossi pulsanti rossi che si trovano, che so, in un impianto nucleare circondati da segnali di pericolo e mappe per l’evacuazione. Davvero? Dovevamo proprio discuterne lì, in quel momento?

Becoming – La mia storia, Michelle Obama, Garzanti. Traduzione di Chicca Galli. Da piccola voleva un cane, una casa con la scala interna, una station wagon e fare la pediatra, è stata poi invece, almeno fino a questo momento, avvocato, dirigente di un ospedale, direttore di un ente no profit che aiuta i giovani meno fortunati, first lady residente per otto anni in una casa in cui le lenzuola erano italiane, c’è persino un fioraio interno e non poteva andarsi a fare un toast da sola scalza in calzoncini, studentessa dalla pelle scura in un mondo che non si manifestava particolarmente accogliente nei suoi riguardi, bersaglio di battute persino sul fatto se fosse o meno nata donna. Madre, moglie, figlia, Michelle: tutto questo e molto, molto, molto, molto, molto altro, un personaggio formidabile e una persona straordinaria, che appare, leggendone la bella prosa, molto forte e incredibilmente vicina. Oltre che onesta e sincera. Da non perdere.

Standard

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...