Libri

“Bitna, sotto il cielo di Seul”

413rxxwQZqL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Salomé chiude gli occhi, anche lei. Tende la mano e io la stringo fra le mie, come se potessi far passare attraverso la pelle il gusto dell’aria di alta montagna, il rumore del vento fra i pini, il fruscio delle ali dei piccioni. Ha i brividi, perché le sue terminazioni nervose sono dieci volte più sensibili a causa della malattia, e il minimo soffio le fa vibrare tutte le cellule. È Yuri, la mia amica medico, che mi ha parlato per la prima volta della sindrome dolorosa regionale complessa (sdrc): “A un certo punto della malattia, la minima sensazione diventa una sofferenza intollerabile, e bisogna ricorrere ai calmanti.” Me lo ha detto con freddezza medica, ma qui, in questa stanza con le tende chiuse a schermare la luce, soffocata nel silenzio, mi sembra di percepire quello che Salomé sente, una sorta di scarica elettrica sulla pelle, nel corpo, fino alla radice dei capelli. Sussurro: “Mi scusi, Salomé, non volevo farle male, posso andarmene se vuole.” Non risponde ma la sua mano si accartoccia e le sue dita dalle unghie adunche si attaccano a me e mi entrano nella carne, e le sue labbra sottili diventano blu.

Bitna, sotto il cielo di Seul, J. M. G. Le Clézio, La nave di Teseo, traduzione di Anna Maria Lorusso. Bitna è una ragazza. È povera. È coreana. Vive in campagna. Vuole leggere. Vuole studiare. Gli illuminati genitori la mandano dunque nella capitale. Seul. Ospite di una zia. La convivenza, però, non è facile. Anzi. Sono più le ore che Bitna passa fuori di casa che quelle che trascorre fra le quattro mura. In particolare si reca spessissimo in una libreria. Laddove un giorno il proprietario le mostra un annuncio di lavoro, per così dire: un’anziana cerca qualcuno che vada a trovarla per raccontare delle storie. E… Non si vince un Nobel per caso, è lapalissiano: questo romanzo è semplicemente un incanto.

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