dialettologia

“Gabbu”

open-week-2017-olio10.pngdi Giuseppe Mario Tripodi

Gabb-u, sostantivo, e gabb-ari, verbo, erano molto usati nella lingua dei contadini calabresi (Rohlfs però, un rigo e mezzo al lemma nel suo vocabolario, è veramente superficiale: «gabbare, -ri (…) gabbà(…) ingannare, gabbare»).

Sulla storia della parola si ipotizza che da un antico germanico gabb, scherno, gabba, schernire, si sia passati al francese medievale non più usato  gaber  e, di poi, ci sia stato un irraggiamento in tutte le lingue romanze: provenzale gaber e gabar, nella penisola iberica il castigliano gabar-se, «del prov. gaber, jactarse, y està del germ. gabb burla», (che rischia di portarci fuoristrada con quel sinonimo jactar-se collegato al latino jacto, mi insuperbisco, mi pavoneggio, nei quali significati si nasconde però sempre la volontà di «ingannare» sulla propria reale condizione), portoghese gabar, elogiare falsamente, come la volpe elogia il piumaggio del corvo nella favola di Esopo, «jactar-se … vana-gloriar-se», gabaçao e gabaço, «acto de gabar».

Molto interessante un dizionario seicentesco di Gilles Menage, sorta di glottologo francese ante litteram (Le origini della lingua italiana compilate dal sigre Egidio Menagio gentiluomo francese colla giunta di modi di dire italiani raccolti e dichiarati dal medesimo, Ginevra 1685 ad vocem, testo del 1669) che, in dialogo con i compilatori del Dizionario della Crusca, scrive cose originali, puntuali ed esaustive:

 

 

Gabbare vale tre cose: ingannare, trattenersi con giocondità, farsi beffe. Nel primo significato viene per avventura da capere, detto per decipere. Capere, capare gabere , gabare. Nel secondo vuole il Vossio de Vit. Serm. che venga dall’antico tedesco disusato ma usato oggi da’ fiamminghi gabberen, che val nugari, inepto uti sermone. Nel terzo credo derivi dal nostro francese gaber,  che appresso i nostri scrittori più antichi si trova nello stesso significato. Più esempi ne adducemmo nelle origini nostre della lingua francese. E l’antico francese gaber credo venga dal basso-britone che noi diciamo Glossario di quella lingua: Mocquer Goapat, … Mocqueur goabpaer.

 

 

Un compendio ottocentesco del Dizionario della Crusca riprende Menage:

 

 

… nondimeno hassi in Brett. goap o goab derisione, l’ant. franc. Gaber, che secondo il Iohnson produsse linglese to gibe beffare deridere. Anche in provenzale gap e gab gabbare, in  lat. barb. gabator, homo jocosus, … burlare scherzare, intertenersi, baloccarsi per passare il tempo, in lat. recreari, nel significato di rallegrarsi.    La maledizione non è tanto pericolosa anche al paragone con un’altra rilevante malevolenza che è il gabbu, il verso o cachinno indirizzato  a chi è stato palesemente sfortunato (uno zoppo, un cieco, un muto) e che si vuole imitare per metterlo alla berlina.( Cardinali Francesco, Dizionario della lingua italiana ovvero compendio del vocabulario della crusca …, Napoli 1846)

 

 

Gabbo e gabbare, con diversi loro derivati e composti, ricorrono in molti autori della letteratura italiana, dalle origini fino al Novecento inoltrato: se ne trova ampia rassegna nel GDLI ad voces. Oggi, con il lento scivolare della lingua italiana verso standard semplificati, se ne fa un uso molto limitato, sia parlato che scritto.

Anche il dialetto calabrese, fino a qualche decennio fa, ha conservato le parole gabbu e gabbari col significato di schernire, prendere in giro, magari cachinnando, persone deboli o sciocche.

Permaneva però verso questo atteggiamento, ove non fosse benevolo, la censura anche linguistica come attestano i proverbi cu faci gabbu nci cadi u labbru (chi fa il verso a chi ha difficoltà di parola gli cade il labbro) o, ancora, fici gabbu e ncappau,  ha fatto gabbo ed è incappato nello stesso difetto e, anche, lu gabbu rriva e la chiastima no! cioè il gabbo è più potente delle maledizioni e chi compie gesti di scherno verso gli sfortunati può essere colpito lui quanto prima, direttamente o attraverso un suo familiare, dalla stessa sventura; anche in Salento troviamo: de lu gabbu no mori ma ci ncappi.

Non gabbu e non marafigghia: come sopra anzi rafforzato, infatti non solo non bisogna schernire chi compie stranezze, pena il rischio che capitino anche a te, ma neanche meravigliarsene.

Foragabbu! è esclamazione di meraviglia di fronte a chi compie atti indicibili o non si attiva per cose che tutti farebbero; sulle falde del Pollino l’espressione di meraviglia diventa sostantivo:  chille è nu foragabbe, quello è un niente di buono.

Infine, collegato al significato di ingannare, raggirare: era assai stancu e, purui chi ndaviva crischiani, comu mi ssettai mi gabau lu sonnu: ero molto stanco e, nonostante fossi in presenza di persone, fui fregato dal sonno.

Ma gabbari – ingannare ricorre anche in un’altra espressione significativa: quando in una casa giungevano dei bambini, soli o anche in compagnia di perone grandi, la padrona di casa doveva offrirgli qualcosa di buono per ingannare (gabbari appunto) le loro aspettative, che in genere erano di carattere mangereccio: non un pranzo naturalmente ma un paio di caramelle, un dolcetto sfuggito chissà come alle aspirazioni dei bambini di casa, un pezzo di salsiccia secca, una fetta di pane con l’olio: i gabbasti a sti figghioli era la domanda ricorrente che mio padre rivolgeva a mia madre appena arrivava qualche bambino a casa nostra.

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