Intervista, Libri

“Sei giorni”: l’uomo non impara…

41Ok7LHkPbL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Stefano Valente ha scritto l’intenso Sei giorni: Convenzionali ha il grande piacere di intervistarlo per voi.

Da quale esigenza nasce questo libro?

Dal ’91 al ’95 abbiamo vissuto fianco a fianco con uno dei conflitti più atroci di sempre, quello della guerra civile nella ex Jugoslavia alla quale Sei giorni è liberamente ispirato. Un conflitto vicino, eppure remotissimo per noi italiani – distaccati, disinteressati. Accidiosi vorrei dire. È stata quasi una scelta di non sporcarsi, non mettersi in moto contro l’orrore che avevamo dietro la porta di casa. Follia e colpa, credo, la nostra. Irresponsabilità civile, potrebbe chiamarla qualcuno. La pulizia etnica con i suoi massacri sono stati l’aspetto più orrendo. In me si erano sedimentate immagini, sensazioni, ombre, echi dolorosi di eventi che a un dato momento non ho potuto più far tacere. Dovevano venir fuori. Anche un senso di colpa, sì, per il non aver cercato di comprendere, per il non aver agito di tutti noialtri, a tutti i livelli…

Cosa rappresenta la guerra nella nostra società?

La Storia, con la s maiuscola, insegna che l’uomo non impara dal passato, dimentica, ricade diabolicamente negli stessi drammatici errori. La guerra civile nella ex Jugoslavia lo testimonia in pieno. Accaduta ieri, identica alle atrocità del passato prossimo o di quello remoto. La guerra è il tempo durante il quale l’uomo si confronta per necessità con i suoi bisogni e i suoi istinti basilari, più primitivi. La fame, il freddo, l’odio, per dirne alcuni. La lotta per la sopravvivenza, che consideriamo una dimensione tipica del mondo animale, diventa di colpo umana in senso drammaticamente peculiare. Come non ci fosse stato mai spazio per altro. Un azzeramento totale delle coscienze accecate e rigonfie del veleno che le scaglia contro l’altro, contro chi ora è giudicato diverso, ma fino a ieri era nostro fratello. La guerra di Sei giorni è un po’ la metafora di tutte le guerre. E alla fine c’è sempre un dio da invocare, temere, maledire, nominare invano. Dio in qualche modo dà giustificazione all’odio, l’uomo se ne serve per trovare un motivo profondo, impossibile da mettere in discussione, alla guerra – di per sé ingiustificabile. Il tema del jihad, della guerra santa, qualunque vessillo esso agiti, di fatto non cessa di marcare le violenze umane…

Cosa le è interessato maggiormente mettere in risalto nei suoi personaggi e nella vicenda che ha scelto di raccontare?

Forse la scoperta, la rivelazione di noi stessi. O del nostro lato nascosto, più oscuro, inimmaginabile. Mi intrigano i risvolti nascosti del reale, le molteplicità delle “facce” e delle anime dell’uomo… I protagonisti principali di Sei giorni sono un non-eroe e il suo esatto contrario. Neppure questo un eroe: il tempo degli eroi è finito con la crudeltà, con una Storia che ha messo al bando definitivamente i numi, gli dèi, e li ha sostituiti con gli istinti più bassi – forse anche i più elementari – dell’umanità. Iacopo è “l’Educatino”, il Gabro che lo accompagna è la violenza e l’amoralità. Tuttavia il Gabro è necessario a Iacopo, vitale, gli serve per farcela – per tornare “a piedi” attraverso un mondo che brucia ancora, non smette. E forse anche l’Educatino è essenziale per il suo compagno…

Qual è il messaggio che desidera trasmettere?

Probabilmente Sei giorni è un romanzo che vuole spingere il lettore a porsi delle domande fondamentali – quesiti che, per ignavia, mancanza di coraggio o semplice pigrizia, noialtri, fortunati cittadini di un mondo pacificato ma circondato ovunque da guerre, continuiamo a evitare. C’è un limite? Fino a che punto può spingersi l’essere umano? Lo stesso concetto di “umano” ha ancora un senso? Ritengo che chi scrive non possa altro che proporre una ricerca, la sua propria, ma non debba mai avere la presunzione di sciorinare verità. Lavorando a Sei giorni io credo – o forse mi illudo – di aver sfiorato il cuore doloroso, ma anche tenerissimo, del limite della dignità umana. Una linea di demarcazione, o magari un muro di filo spinato, che corre là dove le esistenze sono davvero a contatto, spalla contro spalla, con le altre vite, e in nessun altro luogo…

Lei è glottologo e studioso di letterature iberoromanze: che strumenti ci danno proprio la glottologia e la letteratura per analizzare, interpretare, conoscere il mondo?

Conoscere altre lingue è poter disporre di diversi punti d’osservazione, di interpretazione della realtà. Grazie al portoghese, la mia “lingua dell’anima” – nella quale spesso mi capita di pensare, o parlare fra me e me, e anche di scrivere –, ho a volte l’impressione di cogliere aspetti “altri” del vero, o dell’immaginario. Come glottologo, cioè studioso delle lingue (in senso storico – diacronico – e non solo), non smette ad esempio di entusiasmarmi quanto la struttura della nostra lingua madre condizioni anche i nostri processi mentali. Il nostro pensiero è articolato in frasi che necessariamente obbediscono alle strutture della lingua con cui comunichiamo abitualmente. Siamo convinti che il tessuto della realtà sia uno e uno solo per tutti gli esseri umani; ma non è affatto così. L’esempio dei colori è emblematico: mentre noi sappiamo bene a quale colore ci riferiamo parlando del cielo, in greco antico non esisteva un termine per ‘azzurro’, e in gallese glas contempla l’intera la gamma dei verdi e dei blu. Quasi come la parola giapponese ao, che vale sia per azzurro che per verde (e infatti in Giappone la luce verde dei semafori è decisamente tendente al blu). Insomma: la lingua finisce per “plasmare” il modo nel quale vediamo il mondo. Questo non può che arricchire la scrittura, la letteratura o meglio le letterature, che io intendo proprio come il tentativo di raccontare la complessità, il veicolo della molteplicità di cui sono intessute delle esistenze.

Il libro e il film del cuore, e perché.

Scelta nient’affatto facile, ho tanti titoli in testa… Come libro dico La notte dell’angelo di Luca Desiato. Uno dei massimi autori viventi della letteratura italiana, per me un maestro – che ho avuto la fortuna di conoscere e che mi onora con la sua amicizia ed i suoi consigli. Ne La notte dell’angelo, senza ombra di dubbio il maggior romanzo storico mai pubblicato su Caravaggio – quello che meglio riesce a trasmettere il senso di inquietudine violenta, della lotta interiore tra materia e anima dell’artista –, Desiato ci stordisce e ci ammalia con la sua lingua ricchissima, immaginifica, piena di invenzioni e lirismo, all’interno di una narrazione che esprime una maturità stilistica e strutturale incomparabile. Come film, resto senza dubbio in ambito storico con Il mestiere delle armi del purtroppo recentemente scomparso Ermanno Olmi. È una pellicola che ricostruisce la vita di Giovanni dalle Bande Nere, e lo fa con un’attenzione filologica spettacolare che, pure, nulla toglie alla drammaticità della storia, ma al contrario la esalta. L’ascesa e l’ineluttabile declino delle fortune di un condottiero segnati dal passaggio cruciale dalla guerra “antica” a quella “moderna”, quando le armi da fuoco iniziano a soppiantare l’acciaio delle spade. Ecco, ritorna prepotentemente il tema della guerra. Inseparabile dall’essere umano attraverso i secoli…

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