Intervista, Libri

“Frotte di pesci rossi”: intervista alla traduttrice

51J3RYxOz6L._AC_US218_di Gabriele Ottaviani

Convenzionali ha recensito per voi lo splendido Frotte di pesci rossi, tradotto da Yūko Fujimoto, di squisita gentilezza, che abbiamo l’enorme piacere e la somma gioia di intervistare.

Che libro è Frotte di pesci rossi?

Si tratta di un’antologia, anzi di un ‘trittico’ di racconti che ho personalmente selezionato e ordinato in successione cronologica. Io li intendo un po’ come una ‘sezione aurea’ dell’ultima – e più squisita – produzione novellistica dell’autrice giapponese, ancora (quasi) del tutto sconosciuta all’estero e (per me inspiegabilmente) inedita fino a oggi qui in Italia.

Come definirebbe la scrittura di Okamoto Kanoko?

È quanto di più simile in Giappone alla écriture artiste dei grandi francesi di fine ‘800/inizio ‘900, direi. Okamoto scrive in una lingua ricca e screziata, in uno stile elegante e complesso, capace d’infiniti sottotoni e sfumature: qualcosa a cui non si è abituati, se si proviene dalle letture di tanti contemporanei ‘minimalisti’ e (volutamente) un po’ sciatti…

Quale aspetto l’ha colpita maggiormente dal suo punto di vista di traduttrice?

Appunto questo, quello di una lingua ormai inconsueta anche ai giapponesi d’oggi, oltre alla dovizia di riferimenti culturali (né soltanto attinenti alla sfera estemo-orientale: anche l’Occidente, come del resto in tutta la letteratura giapponese dell’epoca fra le due Guerre Mondiali, fa sentire la sua eco, benché rarefatta e curiosamente distorta, com’è forse inevitabile…

Che significa tradurre per lei?

Per me, che sono giapponese e che ho essenzialmente esperienze d’insegnamento al mio attivo, rappresenta una prova (piuttosto dura, per la verità) di approccio con un mondo totalmente altro e interessantissimo: quello della mia lingua di adozione, l’italiano – ma non l’italiano delle chiacchiere quotidiane, della spesa al supermercato o della burocrazia, dell’amministrazione pubblica o accademica, bensì l’italiano nella sua forma più nobile, l’italiano della scrittura letteraria. Ed è un esercizio – anzi: un’ascesi, vorrei dire – che esige la presenza di Editor comprensivi e competenti, che credono come me nella ‘collegialità’ di questo tipo di lavoro, che non si può affrontare in completa solitudine, in un dialogo “da sola a sola” (tra te e l’autrice, tra te e una ‘lingua d’arrivo’ che, per quanto la si conosca più o meno bene, offre sempre sorprese: il confronto con uno o più professionisti di madrelingua è essenziale). Ma credo che su questo si possano trovare d’accordo gli ormai numerosi traduttori italiani dal giapponese, che immagino risolvano i loro problemi a monte. Io invece, in quanto giapponese, lavoro “a valle”: è lì che trovo le mie dighe, gli sbarramenti, le chiuse – oltrepassate le quali, il corso del fiume diviene infine più placido, fino al mare…

Che cos’è la letteratura?

Una testimonianza del nostro passare in questo “mondo fluttuante”. Come dice un antico poeta cinese: “come d’inverno le orme di una fila di anatroccoli sulla neve”.

Quale libro vorrebbe tradurre?

Sto pensando – ma non so se l’Editore mi permetterebbe di svelare un segreto… – e mi limito allora a dire qualcosa di più lontano dall’immediato; mi piace da sempre tradurre qualche classico moderno della poesia giapponese: Yosano Akiko, ad esempio, o il mio amato Takamura Kotaro (di cui ho pubblicato vari anni fa un piccolo contributo per “Semicerchio”: cfr. http://www3.unisi.it/semicerchio/upload/SC37_Takamura.pdf, che vedo ora riecheggiato su “Girodivite”: http://www.girodivite.it/La-poesia-della-settimana-Takamura.html ). Ecco, se qualcuno mi consentisse di pubblicarlo, vorrei tradurre integralmente in italiano il Canzoniere per Chieko di Takamura..: ma si legge ancora poesia in Italia?

Quali sono i suoi volumi del cuore?

Per primo, senz’altro il Genji Monogatari, il “Romanzo del Principe Splendente”, capolavoro dell’epoca Heian. Venendo ai giorni nostri, direi Miyao Tomiko, una scrittrice contemporanea estremamente sensibile a tematiche personalistiche e femminili. Il suo romanzo più bello, a mio parere, è Kinone (“Su il sipario”, approssimativamente: il titolo riproduce l’onomatopea del battito di due stecche di legno che danno l’inizio a una rappresentazione di dramma kabuki. Un po’ come il ciak! cinematografico, insomma…).

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