Libri

“Il posto perfetto per l’infelicità”

51uEFYdTIQL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Gemo di dolore e, oltre a questo, mi dà ai nervi che apra e chiuda continuamente la porta. Le urlo contro: “Smettila di uscire ed entrare in continuazione!”. Esce col cellulare all’orecchio, poi ritorna. Mi chiede scusa. “Scusa tu”, sbollisco. Quando alla fine arriva il mio turno, mi distendo sulla sedia e svengo. Sento che parlano di avvelenamento, di salmonella. Mi fanno un prelievo, non sento niente; giaccio abbandonato sulla sedia come un sacco. Poco più tardi mi ritrovo sdraiato sul letto, in mutande. Il dolore è diminuito, lo sento solo a tratti. Accanto a me c’è una giovane dottoressa, asiatica. Butto l’occhio, si chiama Linda, è scritto sulla targhetta metallica. Comincia a farmi domande. Che cosa ho mangiato? Com’erano le mie feci? Com’erano i dolori? Mi palpeggia la pancia, schiaccia, dice che il battito è sceso al minimo. Poi, quando ha saputo che sono croato, ha preso preoccupata un modulo. Dice che deve parlare con il capo, che ritornerà presto. Il dolore allora si placa del tutto. Pur non avendo ancora le forze, sono pronto a rivestirmi e andare a casa. In quello, la dottoressa Linda ritorna e mi dice che purtroppo devono trattenermi perché sospettano una febbre aviaria. Dico che non se ne parla affatto, vado immediatamente a vestirmi, ma due infermieri che ha chiamato a gran voce mi fanno capire che non è una mossa intelligente. Uno mi prende per il braccio. “Non ci costringa a legarla”, dice gentilmente. Quindi mi sistemano in un’altra stanza, mi fanno un altro prelievo, mi misurano i battiti, la pressione, alla fine mi fanno una flebo. L’infermiera riesce a stento a trovarmi la vena. Dice che devo aspettare così, attaccato alla bottiglietta, finché le analisi non saranno pronte. Mi trattengo con difficoltà, penso che non riuscirò a resistere. Mi innervosisco, chiamo Hadami.

Il posto perfetto per l’infelicità, Damir Karakaš, Nutrimenti. Traduzione di Elisa Copetti. In realtà verrebbe da pensare che non esista un posto più o meno adeguato per essere infelici, così come per provare il sentimento opposto e contrario, auspicato dai più per sé e per chi s’ama e però sovente raro e ingannevole come un miraggio: o lo si è o non lo si è, dove ci si trovi, essendo la gioia di vivere legata all’anima e non alla materia, poco importa. O dovrebbe importare. Eppure non è così, specie in questo mondo che ha rubato il futuro a intere generazioni e in cui sembra perennemente di essere costretti da imprecisate e ruggenti forze interiori a correre in modo forsennato e dissennato solo e soltanto per resistere, aggrappati a un’ancora qualsiasi, per restare nel medesimo punto, per non ruzzolare all’indietro o in fondo a un dirupo, dando per assolutamente scontato che non sia possibile nemmeno per sbaglio aspirare a progredire: e così, un giovane e ambizioso scrittore croato pensa che la sublime Parigi sia il posto giusto per poter diventare qualcuno, ma… Scritto in stato di grazia, è da non lasciarsi sfuggire per nulla al mondo.

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