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“La rampicante”

220px-Peschechera.jpgdi Gabriele Ottaviani

Riccardo cominciò a occuparsi di Edera a tempo pieno, come ci si occupa di un’anima. Le ore che le dedicava divennero le migliori del giorno, fino a ricavare all’interno della casa angoli riservati a lei, fino a profanare la cameretta che avrebbe dovuto ospitare quei figli che non erano arrivati. La bambina rampicante aveva trovato il suo vaso nella stanza sottratta all’edera. C’è chi la chiama sostituzione, chi invece sostiene che i desideri sappiano adattarsi come i piedi nelle scarpe. Sara visse l’ingresso di quella bambina nella loro vita come una sconfitta, a volte come una minaccia: la sua grazia e soprattutto la sua scienza le permisero di indulgere, di aspettare un po’ prima di sentirsi fuori luogo, ma accettarla non fu né semplice né automatico come Riccardo invece sperava. Grazie al fiuto per il sangue dei chirurghi, Sara capì che quella bambina si sarebbe fermata, che non sarebbe stata di passaggio. Edera chiudeva il cerchio intorno a una resa che era nei fatti: Riccardo e Sara non avrebbero più cercato di avere figli. Un sabato, complice un temporale che non accennava a diminuire, Riccardo propose a Edera di restare a dormire da loro. Chiamò Costanza per avvertirla che la bambina si sarebbe fermata, che le avrebbe impedito di uscire con quel tempo. Lei acconsentì a modo suo: «È tutto quello che m’avanza. Tu hai strappato l’edera, se le fai qualcosa io te strappo lu core. Vattene va’, non so’ nemmeno perché t’ho detto de sì …». Nel frattempo un fulmine caduto non lontano aveva fatto saltare la corrente a tutto il quartiere, Riccardo si precipitò nella sua stanza immaginando che Edera avesse paura del buio. Ma quando entrò la vide muoversi senza esitazione, attraversarla come se la conoscesse a memoria. Tastava pavimento, muri e mobili come i ciechi, teneva gli occhi aperti nonostante non ci fosse nulla da vedere, esibendo una sicurezza e un’eleganza che non avevano tracce d’umano.

La rampicante, Davide Grittani, LiberAria. Riccardo Graziosi è a suo modo un piccolo grande eroe dei nostri tempi liquidi, fragili, sdrucciolevoli e precari. È un personaggio realmente esistito – ché la vita è un dono meraviglioso, anche se spesso si cade e ci si deve rialzare, e meagari ci si ritrova avviluppati a un’Edera che avvince – che Davide Grittani, col consueto bellissimo stile che lo contraddistingue, descrive nell’arco di tre lustri, fra i quindici e i trent’anni, età epica già di suo, nel contesto della sua famiglia marchigiana, in apparenza come tante, per non dire come tutte, e dunque disgraziata a modo suo, sospesa tra i riti tradizionali e le altrettanto potenti esigenze della contemporaneità che preme per scardinare meschinità, segreti, bugie, ipocrisie e beneducati formalismi – perché altrimenti chissà cosa dice la gente… – e far emergere un po’ di luce e un po’ di quell’amore che comunque c’è, anche se spesso non sembra… Delicato e intenso.

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