Intervista, Libri

“Ventinovecento”: intervista agli autori

31zh6lajXeL._AC_US218_di Gabriele Ottaviani

Ventinovecento è l’ottimo romanzo per Paginauno della Rinomata Offelleria Briantea: Convenzionali ha l’immenso piacere di intervistare questo collettivo di giovani e bravissimi autori.

Dal desiderio di raccontare che cosa nasce Ventinovecento?

L’idea iniziale dietro al romanzo è stata quella di immortalare alcuni episodi surreali, grotteschi, borderline della nostra adolescenza monzese negli anni ‘90 (vissuti personalmente, direttamente o indirettamente) che credevamo valesse la pena di raccogliere e romanzare. La genesi vera del Romanzo può essere tranquillamente fissata vent’anni fa.

Cosa rappresenta la provincia, e la Brianza in particolare?

La risposta richiederebbe una lunga trattazione. Evitando le banalità, ammetteremo di esserci interrogati spesso su questi temi: il provincialismo, il concetto stesso di “provincia”. Ma esistono ancora? Hanno ancora un senso? Soprattutto, hanno gli stessi significati, peso e accezione che avevano trent’anni fa? E ci siamo chiesti pure se la nostra generazione (quella degli Xennials) non abbia vissuto – fra i numerosissimi mutamenti epocali che precisamente la definiscono – anche questa transizione: il passaggio dal provincialismo classico ad un provincialismo 2.0, quello cioè dell’ignoranza che si aggira sul web, quello del “se è su internet allora è vero”, quello della disinformazione allestita ad arte e pilotata a livello sociale e politico. L’azzeramento di spazio e tempo resi possibili dall’avvento della rete e dal repentino avanzamento tecnologico nelle telecomunicazioni non ha aperto le menti come forse ci si sarebbe potuti aspettare, bensì ha generato un “provincialismo globale”. La Brianza – per noi – rappresenta invece il territorio in cui siamo nati e cresciuti e in cui continuiamo a vivere, pur detestandone alcuni aspetti peculiari.

Cosa significa crescere in provincia?

Monza – negli anni che raccontiamo nel testo – era già una provincia atipica, troppo vicina a Milano e alla celeberrima Arcore per avere le caratteristiche classiche e inflazionate della provincia italiana come la si intende generalmente. Da vocabolario, il provincialismo è per definizione “gusto o costume caratterizzato da una certa arretratezza e ingenuità”: beh, gli autori di questo libro e gli stessi quattro protagonisti della storia non direbbero mai di essere cresciuti in uno contesto del genere. La provincia di Monza meritava di essere raccontata proprio perchè “anomala”.


Che valore hanno nella formazione di un individuo gli amici, gli amori, la scuola, la famiglia, la società, la politica, il ceto e la cultura?

“Nessun uomo è un’isola” diceva John Donne. L’uomo non è un’isola e non potrebbe esserlo nemmeno impegnandosi strenuamente. Un individuo è quello che le contaminazioni esterne che elenchi sono andate a modellare.

In che modo l’immaginario collettivo è stato ed è influenzato dai mezzi di comunicazione di massa?

In modo esagerato, ahinoi. Nel nostro piccolo, cerchiamo in Ventinovecento di fare emergere una realtà sommersa, una Monza assai distante da quella a cui comunemente si pensa, anche dall’interno, e cioè alla cristallizzata immagine di una ricchissima città borghese, perbenista, iper produttiva, “pettinata” e anche un po’ snob.

Che tipo di esperienza è scrivere in collettività? Come si riesce a non prevaricarsi?

Sull’esperienza stessa di scrivere come “collettivo”, potremmo facilmente partorire un secondo libro. È stato un viaggio piuttosto lungo (circa tre anni di lavoro assieme), spesso sperimentale, talvolta complicato dalla mancanza di tempo e dalla difficoltà di riuscire a trovarsi tutti insieme. L’abbiamo tuttavia portato a termine, assai soddisfatti del prodotto finale, perché c’è sempre stata – di fondo – genuina e reciproca stima fra i quattro co-autori: siamo molto diversi, abbiamo personalità spigolose e caratteri forse non sempre concilianti, ma ci ha sempre legati una reale amicizia radicata nel tempo e – come dicevamo – un grande e condiviso rispetto personale ed intellettuale.

Perché avete scelto questo nome per il vostro collettivo?

Rinomata Offelleria Briantea doveva essere inizialmente il titolo del romanzo, per la verità; poi quasi naturalmente è divenuto il nome del collettivo. Cercheremo di farla breve: oltre a connotarci come “monzesi” e a piacerci molto senza un vero motivo, richiama l’”offa” che è una forma primitiva di “tangente”. Tangentopoli – lo dice la storia – è scoppiata a Monza, proprio in quei primi anni ‘90 narrati nel nostro libro.

Recentissimi fatti di cronaca cittadina ci rammentano che talune pratiche parrebbero, peraltro, dure a morire e – anzi – ancora assai di moda.

Perché scrivere?

Ma così, “per ridere” (cit.).

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