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“Ventinovecento”

31zh6lajXeL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Nel 1990, Nigel Mansell parte quarto, Riccardo Patrese parte settimo e Satoru Nakajima parte quattordicesimo quindi, per la precisione, non sono né felice né triste. Solo un po’ stordito. Mio padre invece è incazzato perché per primo parte Ayrton Senna, e lui lo odia perché, al contrario di Nigel Mansell che non vince quasi mai, Ayrton Senna vince sempre, e perché, per la precisione, guida la McLaren al contrario di Nigel Mansell che guida la Ferrari. Alla fine del primo giro, le Formula Uno stanno per ripassarci davanti in un ordine che farà senz’altro incazzare ancora di più mio padre (perché Ayrton Senna è sempre primo e Nigel Mansell sempre quarto) quando sento un fischione, un botto e, per la prima volta, una bestemmia. Il fischione e il botto li ha fatti Derek Warwick su Lotus, che è finito largo alla curva parabolica subito prima della tribuna centrale dove siamo noi, e si è schiantato contro il muro esterno e ha capottato e strisciato con il casco sull’asfalto fino a fermarsi in mezzo al rettilineo; la bestemmia l’ha tirata il signore seduto di fianco a me in tribuna centrale e, per la precisione, potrebbe non essere stata la prima bestemmia che sento, ma di sicuro è la prima che sento all’aria aperta, a voce alta e soprattutto in presenza di mio padre. La combinazione tra il fischione, il botto e la bestemmia è irresistibile: Derek Warwick, che sta uscendo da solo dall’abitacolo della Formula Uno gialla spiaccicata in mezzo alla pista e si sta mettendo a correre verso i box, scavalca istantaneamente Satoru Nakajima, Riccardo Patrese e Nigel Mansell e diventa il mio pilota di Formula Uno degli Anni Novanta preferito, anche se si ritirerà pochi anni dopo, nel 1993, per la precisione. Nel 1994, invece, dopo che avrò imparato a mia volta a bestemmiare all’aria aperta e a voce alta…

Ventinovecento – Storie di Anni Novanta e altre cose così: per ridere, Rinomata Offelleria Briantea, Paginauno. Una volta per farsi una storia ci si appartava in macchina, in campagna, in spiaggia, si aspettava di avere casa libera e si faceva in modo di non far sapere niente a nessuno, anche se poi tempo cinque minuti e tutto il condominio, l’isolato, il quartiere, il paese, la città, forse anche la provincia e la regione, anche se a tal proposito non si hanno dati certi, tagliavano e cucivano come neanche la Lucia manzoniana ai bei tempi della filanda dinnanzi al telaio prima che Don Rodrigo si facesse prendere da pruriti peccaminosi e desse il via a quella sequela di sfortunati eventi che hanno poi determinato il programma di italiano di tutti i secondi anni delle scuole superiori dello stivale: adesso per farsi una storia si fa un video su Instagram. Che dura quindici secondi. No, dico, quindici secondi di durata. Un quarto di minuto. Che se solo uno ci pensa, dice e si ripete che è durato quindici secondi l’autostima gli va a finire in Nuova Zelanda (oltre al fatto che probabilmente la fidanzata, il fidanzato, la bambola, il bambolotto gonfiabile, annessi, connessi, varie ed eventuali prendono baracca e burattini, fuggono a gambe levate – ma non verso il soffitto – e non si fanno più vedere nemmeno dipinti o in cartolina…). Anzi, è bene che in mezzo ai kiwi e ai maori ci vada a finire anche lui, lo sventurato che a domanda ha risposto troppo in fretta, se, con tutto il bene, salvo problemi particolari sui quali non è proprio il caso di scherzare, Dio non voglia, è durato davvero quindici secondi: ma passando per il centro della terra, scavando col cucchiaino come il conte di Montecristo… Scherzi a parte, gli anni Novanta del cosiddetto secolo breve sono l’altro ieri, eppure per certi versi sono lontanissimi: e sono il panorama, l’orizzonte, l’immaginario collettivo riconoscibile anche per chi non c’era attraverso il quale si dipana questo frizzante, divertente, brillante, ironico, intelligente, esplosivo, disinvolto, vivace, antiretorico Bildungsroman scritto da un collettivo di ragazzi dalla prosa evidentemente validissima nato, cresciuto e ben sopravvissuto, si direbbe, all’operosa provincia lombarda: da non perdere.

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Una risposta a "“Ventinovecento”"

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