Libri

“Il tenore in bicicletta”

cover_piccalugadi Gabriele Ottaviani

La natura non fa salti. Sii umile, frena l’impazienza: praticamente il vecchio trombone gli aveva fatto capire che doveva studiare ancora un bel po’ prima che la sua voce potesse spiegarsi in quelle coloriture e in quei virtuosismi propri dei grandi tenori. Ma lui si sentiva già pronto da un pezzo. Cosa devo frenare ancora? pensò Lucevàn un po’ indispettito scendendo le scale. Io posso già cantare. È lui che frena perché non vuole essere abbandonato dal borsellino di Matelda. È proprio vero: l’avidità si preoccupa solo di alimentare se stessa, come i maiali! Novembre si era fatto piovoso e freddo e nella testa di Lucevàn, nonostante tutto, cominciò a balenare l’eco di una parola. Quella parola era mantenuto. Chissà se tutto questo sarebbe piaciuto al suo patrigno Egisto, che era stato un uomo buono e onesto come pochi e che gli aveva insegnato a studiare, a lavorare e a vivere tenendo sempre la schiena ben diritta. Nei suoi ricordi, papà Egisto aveva la bellezza, la compostezza, la maestosa dignità di un grande albero. E come un albero era nato, vissuto e morto nello stesso angolo di campagna. Erano le sei di pomeriggio. Un brivido di freddo percorse la schiena di Lucevàn che si affrettò a tirarsi su il bavero della giacca e si mise a scarpinare di buona lena per raggiungere casa. I tram continuavano il loro sferragliante andirivieni. Passò qualche auto. Gli sfilarono davanti anche due o tre carrozze coi mantici tirati su. I vetturini fingevano di dar di frusta ai cavalli per aumentare l’andatura. Gli zoccoli ferrati dei quadrupedi facevano cantare il selciato. I conducenti con in testa i cilindri di vernice scintillanti al bagliore dei lampioni, avevano le teste ciondolanti di sonno, i visi segnati dalle intemperie e i fanali delle carrozze già illuminati. Possibile – pensò ancora sparendo tra la folla della sera – che Matelda non si renda conto che sta facendo di me un piccolo puttano e non un grande artista?

Il tenore in bicicletta, Massimo Piccaluga, IoScrittore. Nato a Milano, giornalista di chiara fama, scrittore di romanzi e racconti, Massimo Piccaluga ambienta nella sua città, quella però del primo Novecento, la vicenda brillante, intelligente, piacevolissima e di ampio respiro di un ragazzo, adottato da una coppia di mezzadri nel Lodigiano e fuggito di casa perché i fratellastri lo sottoponevano a ogni genere di angheria, dal nome inconsueto che ricorda un celebre verso di una romanza per tenore della Tosca, Lucevàn, nato da un cantante lirico, che non sa di averlo messo al mondo ma che gli ha trasmesso l’irrefrenabile impulso alla melomania, e da una madre dall’umile lavoro morta appena sedicenne ma che lo visita in sogno. E irresistibile come l’amore istintivo e schietto per le sette note è anche la sua corsa, in sella alla fida bici, da cui mai si separa, alla ricerca della felicità attraverso le alterne fortune della vita e della storia. Da non farsi sfuggire.

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