Libri

Silvia Albertazzi, Leonard Cohen e la dignità della sconfitta

LeonardCohen-copertinadi Gabriele Ottaviani

Silvia Albertazzi è autrice per Paginauno di Leonard Cohen – Manuale per vivere nella sconfitta: Convenzionali ha il grandissimo piacere di intervistarla.

Il sottotitolo del suo libro, che deriva proprio da un verso di una canzone di Cohen, mette al centro una parola fondamentale ma che di norma si tende a respingere e fuggire, la sconfitta: perché per la poetica di Cohen è così importante? E cosa affascina lei, che ha scritto di antieroi e posteroi, dei cosiddetti “perdenti”?

A Cohen non interessa il successo, la realtà umana è fatta di sconfitta dall’inizio alla fine (l’estrema sconfitta è la morte), ed è necessario non sopravvivere nella sconfitta, il che significherebbe avere un ruolo passivo, ma vivere in essa, in maniera attiva e propositiva. La sconfitta non è di per sé negativa, ci insegna a non badare troppo a tutto ciò che è materiale, trovare al suo interno la dignità è fondamentale. È proprio a partire dallo studio di Cohen che anche in me si è sviluppato l’interesse per queste figure umanissime, che incarnano gli ideali, a mio avviso poi traditi, soprattutto a partire dagli anni Ottanta del Novecento, del Sessantotto, quelli che erano anche di altri cantautori, se mi passa il termine, che per Cohen è senza dubbio riduttivo, come per esempio John Lennon.

Perché spesso quando ci si trova ad affrontare la figura di Cohen si tende a ragionare per compartimenti stagni? Perché è più facile? Perché alla fine quel successo che non ha mai ricercato ma ha invece ottenuto non gli è stato mai perdonato da certa critica?

Sì. Probabilmente infatti in tutta franchezza ha influito l’atteggiamento di una certa critica accademica snob che tende a rifiutare a priori tutto ciò che è cultura popolare. Un critico canadese molto importante scrisse di Cohen, di cui molti si chiedevano perché dopo aver iniziato da letterato avesse scelto di addentrarsi anche nel mondo della musica, che era un vero peccato che l’avesse fatto, perché sarebbe potuto diventare un grandissimo scrittore e invece a suo dire così si era rovinato, “svenduto”. E certi pregiudizi in realtà non sono molto cambiati dagli anni Sessanta a oggi: si pensi alla serie di polemiche scaturita dall’assegnazione del Nobel a Bob Dylan.

C’è secondo lei un erede di Cohen attualmente soprattutto per quel che riguarda la capacità di veicolare contenuti così profondi attraverso una gamma così ampia di modalità espressive?

No. Lo stesso Bob Dylan, ottimo poeta in musica, però non ha la sterminata cultura di Cohen che ogni volta che apriva bocca sapeva comporre metafore, e non ha raggiunto gli stessi altissimi e costanti livelli in tutte le situazioni.

La difficoltà di “incasellare” Cohen rende difficile anche la sua conoscenza? I giovani cosa sanno di lui? Questa difficoltà è dovuta anche alla notevole complessità che si incontra nel tradurre al meglio i suoi testi?

Sì. Fermo restando che non tutti gli scritti di Cohen sono particolarmente ardui, e considerando che quasi nessuno lo conosce anche come poeta e romanziere, nonostante sia un’indubbia figura di riferimento e di ispirazione anche per tanti artisti che sono venuti dopo di lui, che però, paradossalmente, i giovani associano dal punto di vista musicale ai suoi primi brani, i più noti, ma fisicamente all’immagine di un grande vecchio, di un saggio, se si naviga in Internet non c’è una traduzione uguale all’altra, anche semplicemente proprio dei testi delle sue canzoni, perché basta cambiare un pronome, sostituire a un maschile un femminile o viceversa (l’inglese non è specifico come l’italiano) e muta tutto il senso: da canzone d’amore diventa religiosa, o il contrario.

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