Libri

“Leonard Cohen”

LeonardCohen-copertinadi Gabriele Ottaviani

Al termine del romanzo, il protagonista può tirare le fila del racconto, tornando sul tema più caro a Cohen, quella corporeità che, con suo grande rammarico, i recensori si ostinavano a non voler rilevare. Se The Favourite Game è la storia dei corpi perduti da Lawrence Breavman, in chiusura tutti questi corpi ritornano, recuperati attraverso la narrazione.

Li ricordava tutti, non era andato perduto niente. Per servirli. La sua mente cantava lodi […] Per il corpo di Heather, che continuava a dormire. Per il corpo di Bertha, che cadde insieme alle mele e a un flauto. Per il corpo di Lisa, prima e dopo, che odorava di velocità e foreste. Per il corpo di Tamara, le cui cosce lo avevano reso un feticista di cosce. Per il corpo di Norma, con la pelle d’oca, bagnato. Per il corpo di Patricia, che lui doveva ancora domare. Per il corpo di Shell, che nel ricordo era assolutamente dolce […] Per tutti i corpi dentro e fuori dai costumi da bagno, dai vestiti, dall’acqua, che passavano da una stanza all’altra, distesi sull’erba, che portavano l’impronta dell’erba […] Mille ombre, un unico fuoco, tutto quello che è successo, distorto dal fatto stesso di raccontarlo, concorreva alla visione e, quando lui la vide, si trovò al centro delle cose (ivi, pos. 3332 di 3140).

Simile a un girotondo finale felliniano, la danza dei corpi conosciuti, amati, perduti e ritrovati nella visione, prepara l’epifania finale del gioco preferito: planare a volo d’angelo sulla neve per lasciare impronte quasi magiche, alate, floreali. Si tratta, come nella creazione artistica, di ridurre il mondo alla propria dimensione, ricreandolo, ma anche di trasformare in mito un fenomeno quotidiano, sovrimponendo l’immaginazione alla realtà (cfr. Pacey 1976, 83). Così il gioco preferito torna alla mente di Breavman alla fine della sua storia:

Gesù! Mi sono appena ricordato qual era il gioco preferito di Lisa. Dopo un’abbondante nevicata, andavamo in cortile con alcuni nostri amici. La distesa di neve era bianca e intatta. Bertha era il perno. Tu la tenevi per le mani mentre lei piroettava sui tacchi, le giravi intorno finché non ti si sollevavano i piedi da terra. Allora ti lasciava andare e tu volavi sulla neve. Restavi immobile nella posizione in cui eri atterrato. Quando tutti erano stati lanciati in questo modo sulla neve fresca, cominciava la parte più bella del gioco. Ti alzavi cautamente, facendo bene attenzione a non rovinare l’impronta che avevi fatto. Poi, i confronti. Naturalmente facevamo del nostro meglio per atterrare in una posizione bizzarra, con le braccia e le gambe allargate. Poi andavamo via, lasciando un bellissimo campo bianco di sagome simili a fiori, con steli di impronte di piedi (2013, pos. 3351 di 3410).

Silvia Albertazzi, docente di Letteratura inglese a Bologna e autrice di numerosi saggi, dà alle stampe per Paginauno un libro intenso, appassionante, dotto, approfondito, curato, interessante: Leonard Cohen – Manuale per vivere nella sconfitta. Ovverosia un’esegesi raffinatissima, completa e totale dell’opera del cantautore, poeta, scrittore e compositore, in cui si dimostra incontrovertibilmente la costante dialettica fra le varie forme d’arte portata avanti da uno dei più grandi interpreti del nostro tempo, che ha indagato con acribia, zelo e sensuale ed empatica abilità immersiva temi come la religione, la sessualità, l’alienazione, l’isolamento, l’individualismo attraverso una molteplicità espressiva sempre coerente sia a livello intrinseco che in merito alla sua ideale Weltanschauung: coltissimo e insieme divulgativo, chiaro ed esaustivo, è un saggio magistrale che si legge come un romanzo, col piacere che dà il conversare con un vecchio e sapiente amico. Da non perdere.

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Una risposta a "“Leonard Cohen”"

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