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“In America”

image006.jpgdi Gabriele Ottaviani

Qualunque siano i programmi con cui la nuova amministrazione conta di risolvere i problemi urbani e quelli dei ghetti, il peso e il costo di questa operazione trascinatasi senza successo da decenni dovrà comunque essere pagato in ultima analisi dalla middle class e dalla classe operaia bianca. Di una tale disponibilità pare oggi non ci siano affatto le prove: al contrario. La classe operaia americana, i cui organismi rappresentativi hanno fino a oggi con successo portato avanti rivendicazioni accettabili e moderate in un quadro generale inteso a mantenere lo status quo (il grande sindacato AFL-CIO ha appoggiato Humphrey e ha sempre sostenuto la guerra in Vietnam), mostra oggi notevoli segni di instabilità. L’iscrizione ai sindacati, specie quelli tradizionali, è calata notevolmente negli ultimi anni e soprattutto nelle file dei più giovani c’è un costante tentativo di ribellione contro la struttura di potere interna e le decisioni prese dall’alto. È interessante a questo proposito vedere come recentemente la base operaia abbia rifiutato una serie di contratti nei vari settori industriali già accettati dalla leadership sindacale. D’altro canto a suo modo, anche se per ora in direzione sbagliata, la classe operaia ha mostrato un suo spirito di rivolta e il voto per Wallace ne è una chiara indicazione. Gli operai, con il crescere del costo della vita e una certa inflazione, si vedono dinanzi la possibilità di perdere tutto quello che hanno conquistato negli ultimi vent’anni e cominciano con crescente pressione a presentare le loro domande per una maggiore sicurezza. Sarà difficile per Nixon rispondere contemporaneamente su questi due fronti che paiono al momento incompatibili, specie ora in una situazione economica che non pare di estrema sanità. Nel numero di novembre di U.S. News and World Report le statistiche mostrano che nonostante la guerra in Vietnam e la spinta economica che certo questa produce, l’attività commerciale è più o meno stagnante da circa tre anni. A ciò va aggiunta la debolezza finanziaria degli Stati Uniti sul mercato internazionale.

In America – Cronache da un mondo in rivolta, Tiziano Terzani, Longanesi. Desideroso di apprendere il cinese, il ventottenne inquieto che vuole stabilirsi in oriente si dimette dall’Olivetti, dove un lavoro d’oro gli permette di girare il mondo e anche di redigere i suoi primi articoli, e, dopo aver vinto una borsa di studio, si imbarca con la moglie Angela per andare alla Columbia a seguire per due anni che si riveleranno cruciali per tutti e sotto ogni aspetto i corsi di Storia Cinese Moderna, Lingua Cinese e Affari Internazionali. È il millenovecentosessantasette e Tiziano Terzani si ritrova all’improvviso a essere testimone e spettatore in primissima fila del detonare di istanze ormai non più procrastinabili e che incarnano pienamente gli aneliti di una intera nazione: il suo racconto, lucidissimo e appassionante, denso di significato, mai banale, sempre profondo, antiretorico e anticonvenzionale, è da non perdere.

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