Libri

“La luce che resta”

unnamed (3).pngdi Gabriele Ottaviani

Cara, dalla finestra, non ha smesso di guardare Vita e Carlo. Ha solo fatto un passo indietro, non vuole che Vita passi quel tempo a guardarla lassù, vuole che giochi. Adesso li guarda di nascosto. Si chiede cosa penserebbero di lei le altre persone. Si chiede se penserebbero di lei che è una madre degenere, a lasciare la figlia con uno sconosciuto, e poi tenta di giustificarsi. Non le pare di fare altro che cercare giustificazioni. Giustificazioni per il fatto di non riuscire a fare mai niente in tempo, giustificazioni per quasi ogni altra cosa. Ma le pare di non essersi mai fermata, da quando è nata Vita. Deve ripeterselo, che Carlo è uno sconosciuto, perché persino a guardarlo da lì le pare che trasformi il silenzio che ha intorno in un posto buono dove stare. Poi qualcosa che non controlla le fa venire in mente che in fondo anche le baby-sitter sono sconosciute. Tutti lo sono, in un certo senso. Alcuni più di altri. Alcuni non smetteranno mai di esserlo, non è questione di tempo. Alcuni, invece, lo sono meno di altri e neanche questa è una questione di tempo. Carlo gli era parso meno sconosciuto di altri, non può negarlo. Avrebbe dovuto cercare una giustificazione persino per questo? Sente che da lui possono arrivare cose da posti che lei non conosce, intravede in lui un reduce da qualcosa. Poi, guardandolo dalla finestra, pensa che non ha ancora tirato fuori il telefono. Nessuna delle baby-sitter che ha conosciuto è mai stata distante dal cellulare per tutto quel tempo. Può bastare, questa, come giustificazione? Nessuna delle baby-sitter si è mai piegata all’altezza di Vita prima di rivolgerle parola. Basta questo per rendere Carlo meno sconosciuto? Quando Vita si è seduta sulla panchina e gli altri bambini hanno iniziato a giocare, Cara ha pensato che avrebbe dovuto essere lì con lei. Se fosse con lei, la prenderebbe per mano e l’accompagnerebbe dai bambini. Vita non è ancora abbastanza brava a giocare con gli altri. È timida, pensa Cara, e dopo averlo pensato si sente in colpa. Chi accidenti è lei, per pensare che sua figlia non sia brava a giocare con gli altri bambini? Chi le dà il diritto di metterle addosso l’etichetta di bambina timida? “Sono sua madre. Sono sua madre. Sono sua madre”, ripete dentro la sua testa.

La luce che resta, Evita Greco, Garzanti. Ci sono cose che volano e cose che restano, ma per nessuna di queste è la celebre elegia di Emily Dickinson. In questo caso però a rimanere non sono le montagne e l’eterno come nel breve volgere di sillabe di quei versi immortali, bensì la luce. Uno spiraglio, un barlume, un bagliore che resta, pertinace, ostinato, che si fa strada tra le nubi. Perché nessuna notte è per sempre, perché non esistono temporali che non cessino mai. È sempre viva una speranza, un’opportunità, una scelta, un’alternativa. Filomena, non per cattiveria, non è mai stata capace di essere madre come forse si dovrebbe, non è mai stata in grado di proteggere suo figlio. Il figlio Carlo invece ha consacrato la propria vita alla tutela della donna che l’ha messo al mondo ma da cui da decenni non riesce né probabilmente vuole né sa recidere il cordone ombelicale che li unisce. Viaggiano in treno, l’uno segue l’altra, finché un giorno non incontra Cara, che ha a sua volta una bambina, e… Che l’amore è tutto, sempre per citare la Dickinson, è tutto ciò che ne sappiamo: e non ha confini. Non ha limiti. Non ha regole. È uguale per tutti, ma ognuno lo vive a suo modo. E la famiglia, persino, non è certo solo ciò che unisce e mescola il sangue: Evita Greco, che conosce la grazia, la delicatezza e la misura, dipinge con tatto e icastica rapidità impressionista le mille baluginanti sfumature dell’intima tenerezza. Da leggere.

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