dialettologia

“Cintìmulu”

downloaddi Giuseppe Mario Tripodi

Cintìmulu (o anche centìmulu), irrequietezza motoria propria dei bambini e degli adolescenti (Mamma mia! Oggi sti figghioli, non si fermaru un attimu, pari chi nd’annu lu cintimulu!) che da nessuna parte trovano pace e rigettu: dal latino receptus, ritirata ma anche ricovero per animali o anche uomini (riciettu). 

Ma rigettu ha una spiegazione anche recente innestata sull’origine latina: quando non esisteva la ‘moka’ il caffè veniva preparato in un bricco di alluminio ripieno d’acqua e messo a riscaldare sul fuoco. Quando la cafettera, o anche ccicculatera (perché evidentemente qualcuno dentro ci faceva anche la cioccolata), andava in ebollizione veniva aggiunto il caffè che intorbidava l’acqua sciogliendosi dentro. Prima di servire la bevanda occorreva attendere che il residuo del macinato si posasse sul fondo, divenisse cioè rigettu.

Da cui il verbo rigettari, molto usato nella forma riflessiva: rigèttati comu lu café (stai calmo come il caffè che si deposita sul fondo del bricco), rigettàmundi (manteniamo la calma), si rigettàu ( si è calmato), etc., etc..

Ma il cintimulu – irrequietezza da cui siamo partiti è una di quelle parole astratte che i dizionari dialettali, ancorati a parole e lemmi concreti, registrano in numero.

Rohlfs, Nuovo dizionario dialettale alla voce, elenca le cose che, per il loro moto perpetuo, hanno generato sia il significato di irrequietezza che quello di preoccupazione proprie della parola ( mangiarsi u centimulu, arrovellarsi il cervello, ma anche mi giranu i cintimuli, sono molto preoccupato): ruota dell’arrotino, macchina per incannare i filati dentro i rocchetti, mulino a mano o a trazione animale per macinare i cereali.

Quanto all’origine della parola Rohlfs si orienta verso il bovese cendomilo, dal greco kentéoo, spingo, mulino a spinta; la soluzione è accolta da Damiano Bova (Dizionario Etimologico del dialetto Bivongese, Reggio Calabria 2017, ad vocem): ‘Mulino a spinta umana o di una bestia; è rimasto in uso anche dopo la scoperta del mulino ad acqua la dove questa non ci stava, oppure continuo ad essere utilizzato per piccoli servizi casalinghi … composta da centi dal gr. Kentéoo: spingere, e mulu dal gr. mylon: mulino”.

Diversa etimologia propone Michele Pasqualino (Vocabolario siciliano etimologico, Palermo 1785, ad vocem): Dal lat. cingo, sup. cinctum, cintimulu perche a questa macchina si lega, o si cinge il mulo. … Pistrinum ad cuius molum circumagendam mulus cingitur, seu ligatur. ‘Ci va la testa comu un cintimulu, dicesi di chi raggira pensieri, machina novità, res novas semper molit. Tac..

Ma come era fatto questo mulino a trazione manuale o animale? Era formato da una base circolare di pietra  concava (petra suttana, pietra che sta sotto), con il bordo rialzato e interrotto in un punto per far fuoriuscire la farina; all’interno del bordo della pietra sottana si collocava una pietra circolare convessa (petra suprana, pietra che sta sopra) al cui bordo era fissato un manico che, afferrato dalla mano umana per lo più femminile, veniva fatto girare per la macinazione: i cereali venivano introdotti da un buco centrale della pietra soprana e, da li, defluivano tra le due parti per essere schiacciati e macinati.

Nel cintìmulu a trazione animale le pietre avevano altra forma e un diametro molto più largo di quello a trazione manuale; nella pietra soprana veniva inserito un verga di legno che fungeva da giogo per l’asino (in sardo si chiama molente-i perché, appunto, fa girare la mola).

Quando parliamo di azionamento manuale del cintìmulu, il primo che si sia dato nella storia dell’umanità, dobbiamo pensare alla attività delle donne che, con uomini dediti alla caccia e alla guerra, erano le uniche coltivatrici, raccoglitrici e, naturalmente, macinatrici:

Donne occupate a macinare il grano/ cessate di affaticare le vostre braccia/ potete dormire quanto vi piace e lasciare cantare gli uccelli / la cui voce annuncia il ritorno dell’aurora./ Cerere ordina alla Naiadi / di fare ciò che facevano le vostre mani: / esse obbediscono, si slanciano fino alla sommità di una ruota / e fanno girare un asse: / l’asse, per mezzo dei raggi che lo circondano, /fa girare con violenza la mole che aziona./ Eccoci ritornati alla vita felice dei nostri padri: / impariamo a preparare gli alimenti / e a raccogliere senza fatica / i frutti del lavoro di Demetra.

Il testo è del primo secolo a.C. ( Antipatro di Tessalonica, Antologia Palatina, citato a p. S. Cascio, Dei mulini e delle gabelle, Palermo 2008, p. 14) ed sembra un capitolo gioioso di storia della tecnica e della mitologia in versi.

La mugnaia, in mezzo a tanti contadini che portavano il grano a macinare, finiva per essere considerata  un poco di buono: figghi di mulinara no sposari / purceddhi di mulinara no ccattari chi perdi anima e dinari  ammoniva il proverbio, maschilista e tradizionale.

Ma, specialmente se giovane, la mugnaia aveva un suo fascino tanto da suscitare le attenzioni del poeta popolare in una canzone, raccolta da Otello Profazio, in cui c’è un sottofondo erotico molto ricco: la petra suprana (il maschio) e quella suttana (la donna), il concavo inattivo, e il convesso (il martellino alla romana) che rimette in cammino la macinazione, e la farina che fuoriesce a fiotti (albo semen seminaba dell’Indovinello veronese):

Mulinarella mia, Mulinarella

Perchì lu to’ mulinu no macina

Si mi lu mpresti a mia pe’ na simana

Eu ti lu ggiustu e lu mettu in caminu

Aju nu martiddhuzzu a la romana

Fora malocchiu comu s’arrimina

Nc’ugniu na botta a la petra suprana

 E junti a junti jetta la farina.

Standard

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...