Libri

“Le parole sognate dai pesci”

415UdA2bt5L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Da quella finestra, Nora ascoltava il brontolio della strada, i capricci del lago e lo strisciante susseguirsi dei mesi che cambiava gli odori e i colori delle foglie: era convinta di sentirle nascere, sventolare, staccarsi e atterrare. Le donne che lavoravano con lei parlavano molto e di tutto, muovevano le loro bocche con lo stile della forbice, che può cambiare il ritmo ma non il risultato finale. Sapevano di nascite, di morti, di malanni e di corna altrui; ridevano e si commuovevano per quello che accadeva là fuori, in quel mondo che sembrava così distante e incontrollabile, oltre la finestra della stireria. Nora parlava solo se interpellata e, anche in quel caso, le sue risposte avevano la durata di un lancio di sasso nel lago. Aveva il rispetto di tutte, era una veterana ed era sempre stata lì, non sparlava di nessuno, aiutava chiunque con un consiglio o facendo il lavoro al suo posto. Mai nessuna lingua a punta di trapano era riuscita a entrare nel mazzo scuro dei suoi pensieri. Ma con Elena era stato diverso. Lei aveva il dono di una dolcezza inconsapevole, era capace di cadere in errori grossolani che facevano impazzire gli altri e di cancellare tutto quello che aveva combinato a colpi di sorriso.

Le parole sognate dai pesci, Davide Van De Sfroos, La nave di Teseo. Se un tempo ci si chiedeva se gli androidi sognassero pecore elettriche, ora è il turno di domandarsi, verrebbe da dire, stando al titolo di questo libro, che esce nuovamente in libreria, con una versione ampliata rispetto alla precedente di tre lustri fa, che consolida l’opinione che non si può non avere del pregio della voce narrativa del suo poliedrico autore (e cantautore, com’è noto), se oltre le branchie ci sia di più per quanto riguarda gli abitanti di fiumi, laghi, mari, acquari, boccioni e bustine di plastica saldamente tenute in mano da bimbi rubizzi nei vialetti scintillanti e immaginifici dei luna park: Davide Van De Sfroos, al secolo Davide Bernasconi, indaga con rara sensibilità e un tratto sopraffino la vita di un piccolo paese sulle sponde di un lago, piccole storie di piccole persone la cui esistenza è punteggiata di piccole cose, magari finanche di pessimo gusto, per dirla con Gozzano, secondo cui, e come dargli torto, di una cosa la lingua esprime il concetto, il dialetto il sentimento, l’intimità confidenziale. Storie di ordinaria quotidianità, dunque, e per questo innocenti, epiche, straordinarie. Una delizia.

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