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“Sulle tracce di George Orwell in Birmania”

510xoOLinuL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Nelle mie letture non avevo mai trovato cenni al fatto che nella famiglia di Orwell potesse correre sangue birmano. Forse quelle parentele lo mettevano in imbarazzo? Il razzismo insito nella società coloniale è un elemento cardine di Giorni in Birmania. L’antieroe di Orwell, John Flory, ha la pelle gialliccia, i capelli neri e una grande voglia scura sul lato sinistro del viso, dall’occhio all’angolo della bocca. Gli altri soci del club lo scherniscono, dicendo che forse ha «qualche goccia di sangue indigeno» nelle vene. Orwell credeva che il razzismo fosse un ingrediente indispensabile per il dominio britannico. Anni dopo aver lasciato la Birmania, scrisse un articolo meraviglioso sul casco coloniale avana che tutti i funzionari dell’Impero indossavano per proteggersi dagli spietati raggi del sole orientale. Gli inglesi, scrive Orwell, avevano un atteggiamento quasi superstizioso verso gli effetti del sole e raramente osavano uscire a capo scoperto («Togliti il casco all’aperto per un secondo, anche solo per un secondo, e sei un uomo morto»). Invece i birmani, che si credeva avessero un cranio più spesso, non avevano bisogno di quella protezione. Orwell ne deduce che il casco coloniale era un modo per sottolineare la differenza fra gli inglesi e i birmani, un semplice ma efficace strumento di imperialismo. «L’unico modo per dominare una razza sottomessa, specie quando si è in una piccola minoranza, è essere sinceramente convinti della propria superiorità razziale, cosa che risulta più semplice quando si ritiene la razza sottomessa biologicamente diversa.» Eppure, osserva Orwell altrove, per quanto razzisti, gli inglesi non si tiravano indietro quando si trattava di avere rapporti con le donne birmane.

Sulle tracce di George Orwell in Birmania, Emma Larkin, Add, traduzione di Margherita Emo e Piernicola D’Ortona. La Birmania, che ora si chiama Myanmar, è un ex colonia britannica.  In quei luoghi, come agente della polizia imperiale, ha vissuto anche uno dei più importanti scrittori e intellettuali del suo tempo, preconizzatore di molti degli eventi che nel bene, e soprattutto nel male, segno che i prodromi c’erano eccome, ma per mera e squallida convenienza non si è voluto porre riparo in epoche più precoci alle storture che già si prefiguravano all’orizzonte e che avrebbero senza dubbio inevitabilmente condizionato, come poi è accaduto, in maniera sostanziale la nostra società alienata e alienante: George Orwell. La cui Weltanschauung ha subito un profondo mutamento al contatto con quella realtà: Emma Larkin intraprende un viaggio di ricerca, e accompagna con sicurezza il lettore. Più che un libro un’esperienza e un recupero di consapevolezza: da non perdere.

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