Libri

“La scomparsa di Patò”

download (1).jpgdi Gabriele Ottaviani

Colpiti dalla somiglianza tra le parole contenute nella lettera anonima fatta pervenire al ragioniere Patò («Tu che fai la parte di Giuda sei peggio di lui») e il concetto espresso da padre Giustino Seminara nella Chiesa Madre durante la Santa Messa voluta dalla signora Mangiafico maritata Patò, ci siamo sovvenuti di un episodio capitato qualche tempo fa in un paese vicino quando un dottore e un farmacista, recatisi insieme a cacciare, eran stati assassinati entrambi. Orbene, il Delegato Laurana, che sul duplice omicidio aveva l’incarico d’indagare, riescì a scoprire l’autore di una lettera anonima, che l’omicidio preannunziava, composta con ritagli di giornale come quella mandata al Patò. Il Delegato Laurana lesse il foglio controluce sicché sia pure malamente venissero in evidenza le lettere stampate nel retro di ogni consonante e di ogni vocale che formavano l’anonima. Venne così a conoscenza che trattavasi di un giornale particolare che in quel paese veniva acquistato da due o tre persone. Sicché il campo d’indagine gli si restringette notevolmente. Osservata controluce la lettera mandata al Patò, abbiamo dovuto constatare che la colla di farina, usata dall’anonimo per incollare le lettere dell’anonima, rapprendendosi e ispessendo la carta, ha reso impossibile la lettura. Allora, con l’ausilio di acqua calda e vapore acqueo, siam riusciti a distaccare ogni singola lettera e a ripulirla alquanto. Abbiamo così avuto conferma di quello che già sospettavamo: il giornale adoperato è «L’Araldo di Montelusa», vale a dire il più diffuso in provincia. Ad ogni buon fine, abbiamo con discrezione indagato sui possibili rapporti intercorrenti tra il ragioniere Patò e padre Seminara. I due non si sono mai conosciuti. Il fratello di padre Seminara, Gerolamo, abitante a Montelusa, conosceva di vista il Patò, ma non ha mai secolui avuto rapporti di sorta, nemmanco d’affari. Il fallimento di questa sia pure leggera possibilità, ci ha vieppiù convinti che abbiamo fallato l’impostazione generale dell’inchiesta. Infra noi ragionando, nel mentre che procedevamo ai rilievi, ci inferì l’idea che, al contrario di come è costumanza in ogni indagine per omicidio o per scomparsa, stavolta non abbisognava principiare dalla ricerca del MOVENTE, ma dal modo usato per far scomparire il ragioniere. Insomma, non cercare subito il PERCHÉ, ma rivolgersi al COME. L’utilità dei nostri rilevamenti e delle nostre misurazioni, onde le piante a Voi inviate, consiste nell’avere sempre sottomano la referenza dei luoghi sì da poter con maggiore agevolezza seguire i percorsi fatti dal Patò e dai suoi assalitori. Vi comunichiamo inoltre che le piantine si sono addimostrate necessarie in quanto il marchese, ogni volta che ci vede arrivare a palazzo, si fa vedere sempre più nervoso della nostra presenza, arrivando a dire frasi di questo tipo: «Nuovamente qua siete? Ma quando finisce ’sta gran camurrìa? Io chiudo il palazzo e mi trasferisco a Palermo!». Tanto per conoscenza.

La scomparsa di Patò, Andrea Camilleri, Sellerio. Pubblicato in origine diciotto anni fa da Mondadori, è l’ennesimo godibilissimo e geniale capolavoro del papà di Salvo Montalbano che entra a far parte del catalogo Sellerio, e per chi non l’avesse mai letto né avesse visto il film, in verità non particolarmente riuscito né del tutto fedele – ma certo partendo da una base così articolata, anche, se non soprattutto, per quel che concerne il raffinatissimo impianto compositivo, l’impresa è improba –, che ne è stato ricavato si tratta davvero di un’occasione da non lasciarsi sfuggire per nessun motivo, assolutamente. È infatti un testo assai particolare e originalissimo, un mosaico che procede per giustapposizione, un collage dell’incomunicabilità ironico, divertito, divertente, sardonico e irriverente, un dialogo tra sordi spesso, per non dire pressochè a ogni piè sospinto, esilarante e tragicomico, dalle mille chiavi interpretative e dai numerosi registri, un faldone smisurato di lettere dattiloscritte o vergate a mano, documenti ufficiali con tanto di timbro o articoli di quotidiano tanto realistici quanto surreali: la narrazione della vicenda affiora mediante questo prodigioso e intelligentissimo gioco di specchi, quasi una specie di divertissement enigmistico, un catalogo di tradizioni, usi, costumi, malcostumi sempiterni, bizantinismi mai così attuali, equivoci, innocenza, istinto di sopravvivenza e servilismo. È l’anno del Signore milleottocentonovanta, quello in cui entra in vigore il codice Zanardelli, nasce la festa del primo maggio e la Cavalleria rusticana debutta: il ragionier Antonio Patò, impiegato noto a tutti e di specchiata moralità, conosciuto e stimato dall’intera popolazione, indefesso lavoratore presso il piccolo istituto di credito locale di Vigata, una filiale della Banca di Trinacria, è pronto per incarnare, come ormai gli capita da anni, il ruolo ambito e allo stesso tempo piuttosto antipatico, visto che la naïveté popolare fa sì che, presi dall’impeto e dall’emozione, ci si lasci assai andare, del più infame fra tutti i traditori, colui che ha voltato le spalle al più buono, ossia Giuda nella rappresentazione del Mortorio, evento nevralgico nel calendario della settimana santa che culmina con la Pasqua di resurrezione. La sua recitazione è appassionata, così come le contumelie che gli vengono rivolte dagli spettatori, uomini buoni e di provata fede cattolica. La rappresentazione ha inizio sul grande palco, allestito in uno slargo messo a disposizione da uno degli alti papaveri del luogo, il marchese Simone Curtò, che ha concesso anche l’uso di quattro magazzini, le cui porte danno sul cortile padronale del palazzo, affinché i numerosi interpreti possano usarli come camerini. Il clou è la precipitosa caduta all’inferno di Giuda, impiccato. Ma a fine spettacolo Patò non c’è: svanito nel nulla insieme a tutti i suoi effetti personali. La devota moglie, Mangiafico Elisabetta, coniugata, per l’appunto, Patò, è comprensibilmente in ansia e chiede più di ogni altro che sia fatta chiarezza sulla scomparsa del marito: ha il sostegno di amicizie importanti come Sua Eccellenza, il Senatore Pecoraro Grande Ufficiale Artidoro, Sottosegretario di Stato al Ministero dell’Interno, parente dello scomparso ragioniere, un uomo che secerne boria; ma passa il tempo, le indagini, caratterizzate dalle schermaglie “guareschiane” tra la polizia, ossia la pubblica sicurezza, e i carabinieri, ovvero il braccio armato del potere regio, iniziano e procedono, le illazioni si sprecano, la figura del ragioniere comincia ad addensare su di sé varie ombre e i giornali sguazzano nel bailamme, attraverso un fuoco incrociato di accuse e insulti: si parla di problemi politici, lavorativi, economici, fratture del continuum spazio-temporale, complotti, intimidazioni, amnesie, mafia, persino della scala di Penrose, ossia la scala impossibile, una rampa che cambia la propria direzione di un angolo retto quattro volte mentre la si sale o la si scende, per ritornare al punto di partenza in un giro infinito, un’illusione ottica che falsifica la prospettiva. Secondo questa teoria infatti Patò è finito sulla scala e non può far altro che salire senza soluzione di continuità. Verso dove? Boh. Come ci è finito? Boh. Forse, però, in realtà… Imprescindibile.

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