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“Pellegrini del sole”

FAGAN.Pellegrini del sole.pg.jpgdi Gabriele Ottaviani

“Non li sopporto, quei bastardelli”, dice Barnacle guardando i bambini che scappano via. Dylan si mette a ridere. “Stella non è cattiva come quei ragazzini, e fonderà un nuovo partito politico”, fa lui. “È una perla rara. E quale sarà la sua linea politica?”. “Ogni essere umano si impegnerà a sottoscrivere un contratto per prendersi cura a vita della Terra, e la guerra contro le donne avrà fine”. “Beh, maledizione, tutto questo non accadrà mai, non è vero? Ha le stesse probabilità che ho io di ricominciare a camminare con la schiena dritta”, commenta Barnacle con aria sprezzante. “E invece tu che cosa proporresti?”. “Alcolici gratis”, dice lui. “Interessante”. “E pure le prostitute”. “Capisco. Ma chi le pagherebbe, se sono gratis?”. “Non ci ho ancora pensato. Magari potrebbero caricarcele sulle tasse; o gli stronzi matricolati potrebbero pagare meno per le seconde case? Oppure le donne potrebbero lavorare gratis?”. “Si chiama schiavitù”. “Sì, sì, è ovvio, hai ragione. Beh, allora potremmo prendere tutti i cretini e trasferirli su un altro pianeta. Sarebbe il posto perfetto per loro. Chiaramente starai pensando che anch’io sia uno di quei cretini, ed è proprio così, ma siamo cresciuti tutti in mezzo alla follia. Chi comanda ha dalla sua polizia ed esercito, con le loro armi e i mezzi blindati, e gente ben addestrata a uccidere, ad arrestare, incarcerare, minacciare, per essere sicuri che tutto vada come vogliono i partiti al potere. Ma siamo liberi, no? Liberi di essere fottuti ben bene fino a trascinarci nella nostra schifosa tomba! Ecco quanto cazzo siamo liberi”. Le fiamme del falò guizzano qui e là; i volti delle persone si trasformano nella luce del fuoco, sembrano felici un attimo prima e tristi subito dopo. I bambini corrono intorno al falò tra le scintille. “Sei già stato nella zona industriale, Dylan?”.

Pellegrini del sole, Jenni Fagan, Carbonio. Traduzione di Olimpia Ellero. In un futuro vicino vicino e niente affatto incredibile, visti i venti, per nulla rassicuranti, che spirano, portando via con sé l’umanità e lasciando spazio alla pertinacia opportunista del cinismo, il Babylon, il più piccolo cinema d’essai d’Europa, come tutto ciò che abbia anche solo vagamente un delicato e tenue profumo di cultura, è soffocato dalla generale ossessione per il profitto, che di altri dati, record e soprattutto emozioni che non si possono quantificare a suon di istogrammi non si cura, schiacciato dalla pesantissima lapide dei conti impossibili a saldarsi e abbandonato al suo triste destino dalla dipartita di Vivienne McRae, che alla sala al 345 di Fat Boy Lane, in quel di Soho, prima di lei gestita da Gunn, sua madre, ha dato, tra un gin e l’altro, vita e anima. Sta chiudendo. A sigillare gli ultimi scatoloni pronti per il mesto addio, mentre è anche alle prese con un dopo-sbornia a dir poco micidiale, c’è Dylan, il figlio di Vivienne, un nerd dall’altezza watussa che deve lasciare il locale agli ufficiali giudiziari e iniziare una nuova avventura. Perché sì, sua madre ha pensato a una via di fuga: il problema è che tutto il continente è attanagliato da una morsa di gelo senza precedenti, sembra quasi la fine del mondo… Potente, intelligente, allegorico, brillante, scritto con brio, ironia, acume, profondità e raffinatezza, è una sintesi impeccabile e impietosa, ma a cui non fa però nemmeno difetto la favilla della speranza, della nostra realtà impregnata di sperequazione e speculazione: è sempre possibile però cercare un’altra strada, un altro modo per vivere. Da non perdere.

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