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“Saigon, Illinois”

Cover P.HOOVER.Saigon, Illinoisdi Gabriele Ottaviani

“Perché ti servirebbe protezione qui dentro?”. “Il vecchio Louie mi ha minacciato l’altro giorno, quel figlio di puttana. Ha detto che mi avrebbe sistemato per le feste”. Fece un cenno con la testa verso l’angolo opposto, dove un tizio esile e nero chiamato Louie Bottoms fissava il soffitto completamente inerme e indifeso. Jack non era in grado di prendere in mano uno stuzzicadenti, figuriamoci una pistola. Per impedire ai suoi arti di atrofizzarsi completamente, le infermiere gli avevano ricoperto entrambe le mani con delle fasce elastiche e pezzi di plastica appositamente sagomati. Questo impediva alle dita di arricciarsi come artigli di uccelli per il semplice inutilizzo, qualcosa che si verificava quando i tendini sopraffacevano i muscoli opposti. “Come intendi usarla una pistola?” disse Emory con una tale assenza di tatto da risultare delicato. “Non riesci nemmeno a nutrirti”. “Non ho intenzione di usarla, a meno che non si metta a fare lo stronzo con me. A quel punto, un modo lo troverei”. Cominciò a ridere, il che lo fece tossire; poi divenne rosso in viso. Emory lo salutò con la mano e se ne tornò nel corridoio. Aveva cose migliori da fare. “Racconta a Holder come hai fatto ad arrivare qui” disse il paziente del letto due, un paraplegico che se ne andava in giro sulla sedia a rotelle con sorprendente eleganza. Era Honest John, e faceva dentro e fuori dall’unità per via di un semplice diabete. Altrimenti, pareva in perfetta salute. Era molto bello, con i lineamenti leggermente spigolosi di un aristocratico polacco, e dalla vita in su godeva di un’ottima costituzione, perché si esercitava coi pesi. “Oh, al diavolo, non ancora” disse Jack. “Avanti” disse Honest John. “Forza, Jack, raccontaglielo”. “Non ho niente da dire. Mi scopavo questa donna e il marito se n’è accorto. Così un giorno ci ha teso un’imboscata. Tutto qui”.

Saigon, Illinois, Paul Hoover, Carbonio, traduzione – eccellente, brillante, potentissima, come del resto la prosa da cui trae spunto e vigoria, lirica e ricchissima di riferimenti culturali, di riverberi e chiavi di lettura e di interpretazione, variegata, elegante, avvincente, entusiasmante, sottile, comica, ironica, solenne e tragica – di Nicola Manuppelli. Nativo della Virginia, scrittore, traduttore, docente, pluripremiato poeta e curatore di New American Writing, rivista letteraria autorevole e celeberrima, Paul Hoover, a metà tra E Johnny prese il fucile e Hacksaw Ridge, racconta – il romanzo ha trent’anni, ma pare scritto domani, per la sua stringente attualità – la guerra dal punto di vista di chi alla guerra ha detto no, un obiettore di coscienza, un ragazzo colto che vive gli anni della contestazione e del sesso libero, ritratti vividamente, e che in guerra, in quel Vietnam che è rimasto un mito ancora oggi a cinquant’anni di distanza, nel bene e nel male, non vuole andare. E non ci va. Si oppone. Decide di rifiutare il suo assenso alla carneficina. Ma ciò non lo rende immune dal suo personale Vietnam: assegnato al Metropolitan Hospital di Chicago, un nosocomio che consta di diciotto piani e novecento letti, deve pensare alla lavanderia, ai pasti e sovente, lui, Jim, fresco di laurea, che vuole la vita e non la morte, dell’obitorio, in un’odissea intima, selvaggia, folle, corale, psichedelica, commovente, bellissima. Imprescindibile. Anche dal punto di vista etico, civile, sociale, culturale, morale.

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2 risposte a "“Saigon, Illinois”"

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