Intervista, Libri

“Si tradisce anche per amore”: intervista ad Alberto Cellotto

9788873412991_0_0_0_75.jpgdi Gabriele Ottaviani

Alberto Cellotto è l’autore dell’ottimo Abbiamo fatto una gran perdita: Convenzionali lo intervista con gioia per voi.

Da dove nasce questo romanzo?

Parte dall’incrocio di due fattori: uno narratologico, che riguarda l’impiego di una “prima persona” che farà certe cose e una certa fine dentro una finzione epistolare, e un altro estetico, cioè dal fatto che ricercavo uno scritto in prosa che non fosse un “romanzo” bensì un “libro di lettere”. La forma di libro epistolare vecchia maniera pareva un interessante punto di partenza: in questa finzione si tratta di lettere non spedite e scritte a penna, le quali però indugiano molto anche su questioni della comunicazione/relazione digitale. Di lì, poi, c’è la scrittura. In un romanzo c’è un testo che quasi nasconde a sé la propria natura: un romanzo, nella scrittura di cui è composto, sa di essere un romanzo? Una lettera invece sa di essere una lettera, così come un atto notarile sa di essere un atto notarile e la lista della spesa sa di essere la lista della spesa.

Che cos’hanno in comune le lettere e le poesie?

Penso poco. Il senso di un possibile allargamento imprevedibile, fonico, mnemonico, relazionale. Simile a una macchia che si allarga su una superficie dura o su una carta assorbente. Poi lettere e poesie sono una specie di traslazione anche violenta, soprattutto alla rilettura. Bisogna poi pensare che ci sono diversi tipi di lettere, ad esempio quelle commerciali, quelle d’amore, di licenziamento o di diffida, tra tante altre. Ecco, pensandoci meglio, credo che né a una poesia né a una lettera bisognerebbe mai “rispondere” e questo pensiero, almeno in me, le accomuna. (Sappiamo che c’è una tradizione antica di rispondere in poesia, ma è più un dialogo che una risposta, un conversare, anzi un discorrere.) Chiaramente sopra i nostri programmi di posta tutti abbiamo un tasto con scritto “Rispondi”.

La nostra società come si relaziona con il senso della perdita e della sconfitta?

Per rispondere dovrei sapere che cos’è la “vittoria” nella nostra società? Se sì, non lo so. Spesso per perdita o sconfitta (che non sono la stessa cosa) emerge la vergogna, che è pure un sentimento così importante (primario, se fosse un colore). Ad un certo punto il protagonista di questo libro scrive a un amico che il fallimento è la più grande libertà. Chiaramente si può concordare o meno con questo passaggio e con tante altre affermazioni di questo quarantenne che, tra una tappa e l’altra del suo itinerario, si barrica in camere d’albergo e inizia a scrivere lettere a tanti destinatari, a volte con toni tracotanti. La sua affermazione sul fallimento resta un’ipotesi. Ne approfitto per ricordare che il titolo, nel quale la parola “perdita” è prominente, è in realtà una citazione: pare sia quanto abbia detto Brunelleschi alla morte del giovane Masaccio.

Quand’è che si sente la necessità di allontanarsi dalla quotidianità?

Non lo so. Mi sembra però che un istinto alla fuga e una meditazione sul ritorno coabitino in tutti, poi questi aspetti si domano o si assecondano. Questo libro descrive una fuga temporizzata (tre settimane) del protagonista dalla quotidianità, anche se dalla quotidianità è già uscito perché ha appena perso il lavoro; nelle mie intenzioni però questo libro voleva essere più una meditazione sul senso di un ritorno che non accade. Più che allontanarsi dalla quotidianità allora mi pare sia evidente e urgente la necessità di allontanarsi dall’immagine con cui ci piace descriverci, mantenerci, espanderci. Questa immagine troppo spesso è la nostra quotidianità.

Davvero tradurre è un po’ tradire?

Certo, ma si tradisce anche per amore, mi risulta. Con le lingue va così e il tradimento è necessario.

A chi scriverebbe una lettera? E a chi non ne manderebbe mai una?

Alla prima domanda non so rispondere: se ho desiderato scrivere una lettera a qualcuno, fossero anche quattro righe, spesso l’ho fatto e per questo mi trovo male nel modo condizionale, perché vedo un carattere volitivo nello scrivere lettere. Invece non manderei mai una lettera a mio fratello, con lui non ce n’è proprio bisogno.

Annunci
Standard

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...