Intervista, Libri

Gianfranco Spinazzi e il mutismo delle zanzare…

la-zanzara-muta_01.jpgdi Gabriele Ottaviani

Gianfranco Spinazzi ha scritto La zanzara muta: Convenzionali lo intervista per voi.

Da dove nasce questo romanzo?

Si potrebbe dire che nasce dalla stanchezza verso il genere umano e dalla tenerezza per il regno animale. In realtà è opportuno parlare della stanchezza prodotta dalla vecchiaia. I vecchi sono stanchi (di Trump e di Putin…) e tramano opzioni alternative come l’amore per gli animali che non possono causare competizioni elettorali e guerre nucleari. La vecchiaia però non è lineare, nonostante la progressione aritmetica del corso del tempo, è piuttosto ondivaga, ambigua e contraddittoria. Il “vecchio” come Giustiziere, Vendicatore, uccide per punire, agisce tramite il pensiero di agire e non si risparmia. Pensare non costa nulla in apparenza: in realtà è la frustrazione di una fallita giovinezza che arma la mano del pensatore-vendicatore. Il vecchio è quanto di più opposto al libero pensatore: troppo incattivito per essere libero. Più vendetta che giustizia. I due vecchi del romanzo, chi in un modo e chi nell’altro sono stati cattivi mariti; padre mancato l’uno padre angosciato l’altro, la cosa pesa sulla loro vecchiaia di cui cercano il riscatto in atti di costrizione e rudi ammissioni di colpevolezza. “Sono un fesso, compresso, represso”: dice a un certo punto uno dei due vecchi. Ma il “vecchio” per quanto straziato dalla vita mal vissuta è pur sempre un egocentrico, forse suo malgrado, e il romanzo che ho tentato di imbastire slitta proprio tra la condanna subita e quella auto inflitta per coltivato narcisismo. La vecchiaia è uno stato complesso condannato a una semplicità disarmante: la prossimità della morte. Ma può pure essere sorprendentemente speculare all’infanzia. Nel bene e nel male. Il vecchio-bambino non è tanto un ossimoro.

Perché si cerca sempre di superare i propri limiti?

Arduo rispondere. Come concetto matematico il limite è legato alla misura, superarlo significa averne la prova inoppugnabile, ma non credo sia facile giungere a un simile controllo. Bisognerebbe risalire alla precisa quantità di chances di cui siamo costituzionalmente dotati. Sul piano esistenziale non so interpretare i perché, se non sospettando un fatale senso di arrendevolezza e di perdita “nel cercare di superare i propri limiti”. Quel “propri” sembra riflettere un patetico tentativo dell’io. Resterebbero le soluzioni semplici, quali arrampicarsi o semplicemente camminare su un sentiero di montagna con il volitivo “passo in più” per raggiungere la vetta. Il perché limpido della sfida e dell’orgoglio. Sul versante della complessità rimane la filosofia e la letteratura. Di filosofia oltre ai nomi dei filosofi ne so ben poco, come lettore di testi di narrativa posso avanzare invece un po’ di competenza. Indico nella letteratura il “passo in più!” Ma non è sempre così, specie ora nell’era mediatica in cui viviamo: prevale a mio parere una narrativa “omologante”. L’esempio più calzante e insieme paradossale è fornito dalla “letteratura gialla”; per quanto ogni “giallista” si impegni a imbastire vicende e grovigli che forse nemmeno Shakespeare o il Divino Marchese avrebbero osato architettare, tutto ciò non fa che omologare l’aspettativa di sbalordimento del lettore. Il grande difetto della letteratura “gialla” è quello di non avere difetti e di non deludere mai il lettore, e nella maggior parte dei casi nemmeno i critici. Non importa come i romanzi “gialli” siano scritti, conta perché vengono scritti: essere incondizionatamente accettati e goduti. La trama “gialla” è quanto di più sicuro e programmatico possa contare lo scrittore per far colpo sul lettore. Non è un caso, forse, che uomini delle istituzioni, poliziotti, magistrati, funzionari ministeriali, si trasformino in “giallisti”. Come appassionato lettore inoltro la domanda “perché si cerca di superare i propri limiti” ad altri scrittori. Da parte mia faccio quel che posso.

In che misura la società contemporanea ci costringe alla competizione?

La parola invenzione fa rima con emulazione. Per prima cosa mi viene in mente questo. La terrificante sequenza delle azioni che imitano altre azioni, per quanto scellerate esse siano, o del tutto inutili e sciocche. Un incosciente che getta sassi alle automobili da un cavalcavia sarà immediatamente imitato, e così uno che assale un senzatetto, o uno che cammina nudo per strada, o chi, sciagura tra le sciagure, uccide una donna. Ciò che tento di dire è che la competizione impostaci dalla società contemporanea è tale che il “modello” non sempre segue una motivazione in qualche modo legata al profitto materiale o comunque concretamente quantificabile e definibile, o una logica che per quanto perversa resta purtroppo logica, quanto una ragione legata alla pura immagine. È paradossalmente conseguente il termine purezza, se lo si considera sul piano dello specchio: vogliamo vederci, non importa come, conta doppiarci e propagarci. Promuoverci, come si usa per il lancio di un prodotto. Essere “prodotto” solitamente è una riduzione imputabile a pressioni esterne, politiche o/e economiche, ora sembra che per molti anziché riduzione si tratti di moltiplicazione. Vederci compiere un gesto inconsueto, “originale” perché inconsulto è il perfezionamento del “selfie”. Nel voler sfidare le convenzioni non ci accorgiamo quanto mai come in questo nostro tempo il gesto creduto trasgressivo, se non apertamente delittuoso, diventa velocemente e sciaguratamente convenzione. Forse solo gli psicanalisti o i confessori colgono il lato oscuro dell’uomo, al di fuori di queste sfere indagative ed ecumeniche non facciamo che chiaramente scimmiottare la scimmia.

Il titolo che lei ha scelto ha evidenti venature ossimoriche, e tutta la narrazione pare essere profondamente simbolica: dove si annida il senso ultimo nella realtà straniante che ci circonda?

È un ossimoro che si affaccia alla fine e non si prolunga se non sul piano intuitivo e simbolico. È impossibile, fino a quanto gli entomologi non trovino la smentita, che una zanzara non si presenti col suo fastidioso sibilo. Per i due vecchi protagonisti del romanzo l’impossibilità vale come una seconda creazione che li vede mondati dai loro peccati di gioventù. Si tratta di sole parole, naturalmente, come tante altre presenti nel testo, ma ciò che conta è la comunicazione. Comunicare per impossibilità significa ritrovare o tentare di ritrovare il sogno. Non è importante che sorga la nuova specie delle zanzare mute, importante è ipotizzarlo per il solo scopo e la sola misura di comunicarlo. Spezzare la fin troppo logica plausibilità della solitudine, sfidare semantica e significato e volare insieme alle parole. I due vecchi sono stati prigionieri di parole fin troppo esatte, del troppo senso di azioni non sempre fonte d’orgoglio, solo da bambini hanno giocato con le parole, ora da vecchi tentano di farlo ancora. È come se invocassero una nuova e definitiva natura che possa comprenderli e giustificarli senza distinzione di giusto o ingiusto, solo l’innocenza di agognare alla pace con se stessi.

Chi sono gli altri, cosa rappresentano per lei?

Gli altri sono i nemici e gli amici a seconda degli umori di giornata. Non ho un atteggiamento definito per odi e amori, stima e distima, attenzione e indifferenza, empatia e distanza, seguo il vento in misura di gravi e sgravi nervosi. Amo passeggiare e non avere troppi passanti attorno, ma amo vedere alla televisione la gente affollare le strade delle grandi metropoli. Probabilmente degli altri amo più l’immagine che la frequentazione. Certo, scrivere significa prendere posizione ed esasperare ciò che è fuori di noi. La letteratura entra dentro gli altri, o almeno si propone e tenta di farlo, può ridurre e delegittimate uomini e donne, ma lo fa sempre in misura della condizione umana, sia nel bene che nel male ne amplia il raggio, per quanto le è possibile. Se possa valere l’impressione che lo scrittore si serva degli altri per i suoi fini narrativi, è vero che quasi mai lo fa a freddo, scrive sulla propria pelle, comunica e partecipa, almeno fino a quando non si fa troppo professorale e troppo professionista. Per quanto si imponga lo straniamento, rimane pur sempre complice e spesso vittima di se stesso nel descrivere gli altri. Ecco allora che un qualsiasi altro che si affaccia alla porta dello studio, o che fa sentire la sua voce in strada o il solo calpestio dei passi, suona come provvidenziale socialità. Che personalmente non riesca a dissociare il piacere della scrittura da un intermittente stato di vergogna e inferiorità, prova quanto vorrei essere anche altro.

Che caratteristiche deve avere il personaggio di un romanzo per entrare nel cuore del lettore?

Bisognerebbe saper distinguere tra lettore e lettore. Personalmente tento di farlo, a rischio di apparire elitario. Conosco persone, intelligenti e colte più di me, che leggono molto ma che malgrado ciò io non considero lettori. Leggono bene ma solo in rapporto a immedesimazione ed empatia, sono critici attenti verso certi libri ma solo perché esprimono concetti, situazioni, relazioni a loro note e quindi condivisibili. Ho sentito giudizi negativi nei confronti di bellissimi romanzi motivati dal fatto che “loro”, i lettori di questo tipo (non-lettori), dissentivano dal comportamento di certi personaggi. In poche parole, questi non-lettori, leggono per trovare conferma e condivisione. Oppure colgono del dramma il melodramma, della satira la spiritosaggine di giornata e non la sottile ironia. Leggono pagine su pagine ma non leggono tra le righe. Inoltre sono assoluti al limite della presunzione e dell’arroganza; negano valore a scrittori cosiddetti “difficili” solo perché non soddisfano le loro richieste di riconoscimento. Certo, l’empatia è importante nel leggere, ma non è l’unica componente della lettura, tutt’altro, se poi l’immedesimazione è accompagnata dalla distanza riflessiva tanto meglio. È un esercizio complesso il leggere, si avvale di una semplicità archetipa, classica, rassicurante, poi nel corso della lettura si affiancano o si sovrappongono altre componenti, a volte oscure al lettore vero e proprio per questo motivo di accentuata attenzione e speculazione. Se non esiste, e non deve esistere lo scrittore ideale, penso che si potrebbe pretendere che ideale sia il lettore.

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