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“Guareschi – Buona la prima!”

download.jpgdi Gabriele Ottaviani

Che la realtà di quei tempi fosse più guareschiana di Guareschi è un adagio incontrovertibile e la gustosissima serie di accadimenti, grandi e piccoli, intorno al set ne è un’ennesima e limpida testimonianza. Protagonisti ne furono lo stesso Giovannino Guareschi, i cinèr (come venivano chiamati i cineasti dai brescellesi) ma anche tanti cittadini comuni, molto spesso appartenenti alle classi più modeste, che per un caso fortuito ebbero più di un momento di gloria sotto i riflettori. È il caso della bambina che interpretò da neonata il bebè di Peppone e le mondine appena tornate dal Piemonte e subito scritturate per una scena in stazione. Addirittura anche un ergastolano uscito per buona condotta si trovò ad incrociare il suo destino con quello della troupe. Per non dimenticare il cane Leo, celebre per la sua speciale parte al seguito di don Camillo nella processione con il crocifisso verso il fiume. Tutte piccole storie che si potrebbero anche derubricare a dettagli nel contesto delle riprese ma che, al contrario, danno la misura di quel caso, ancora unico e inimitato, di una perfetta compenetrazione fra l’ambiente del cinema e e il sentire di una comunità pulsante che si è calata alla perfezione nella parte.

Guareschi – Buona la prima! – Politica, costume e stravaganze sul set di Don Camillo, Ezio Aldoni, Andrea Setti, Imprimatur. Si sa, siamo il paese dei campanili e dei campanilismi, delle due chiese, il più grande partito comunista d’occidente e la democrazia cristiana che rammentava come Dio potesse vedere finanche nell’urna le scelte compiute, a differenza di Stalin e dei suoi sodali che mai e poi mai avrebbero dovuto poggiare le suole dei loro stivalacci sul sacro terreno di San Pietro, né mai i loro cavalli gli zoccoli prima di abbeverarsi alle fontane cinte dal colonnato berniniano, che si sono date battaglia ma anche tenute bordone l’un con l’altra meno armate di quanto forse avrebbero dovuto per una lunga serie di decenni: e certamente le narrazioni guareschiane, e soprattutto i fortunatissimi film con Cervi e Fernandel che ne sono scaturiti hanno rappresentato compiutamente una realtà. Ma la verità, è noto e risaputo, supera la fantasia, anche laddove si parla d’arte, che è fatta della stessa immateriale sostanza del sogno: e così Aldoni e Setti raccontano il dietro le quinte della costruzione di un successo dipingendo limpidamente in realtà il sostrato di ciò che siamo stati, siamo e con ogni probabilità saremo, litigiosamente abbarbicati all’idea stessa d’essere migliori, tra idiosincrasie e slanci di umanità, cercando speranzosamente, qualche volta persino nostro malgrado, di costruire un paese più normale.

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