Intervista, Libri

“Parole e polvere”: intervista a Paolo Brovelli

51pkpg10ll-_ac_us218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Paolo Brovelli ha scritto il bellissimo Parole e polvere: Convenzionali lo intervista per voi.

Nel suo libro è molto interessante la declinazione che lei decide di dare del concetto di viaggio, anche legato a quello di spazio: noi ormai ci avvaliamo di molti strumenti di geolocalizzazione che ci indicano percorsi e tragitti, ma sovente siamo distratti rispetto a ciò che realmente ci circonda.

Il concetto di spazio, non solo a livello geografico, è diventato relativo, prima era estesissimo e non misurabile, ora possiamo avere consapevolezza di ogni centimetro in ogni momento. Il valore aggiunto forse dunque è proprio il nostro spazio, quello interno, ciò che tiriamo fuori da dentro, dalla nostra anima, che diventa il metro di paragone di ciò che vediamo. E poi esiste anche lo spazio in senso diacronico, attraverso il tempo, ossia quello della storia.

Che cosa significa viaggiare per lei?

Ognuno viaggia col proprio bagaglio, e viaggiare con delle radici è il presupposto per osservare il mondo. Le mie radici sono la mia casa, la mia sicurezza culturale che mi consente di approcciarmi come ognuno al nuovo. Tutti hanno infatti un proprio tesoro che va necessariamente a sovrapporsi alle nuove realtà che si incontrano, e osservando le cose per così dire dall’alto si riesce a essere il più super partes possibile e ad avere un’ottica più ampia e completa. Più ti muovi in punta di piedi e cerchi di trasvolare e più d’altro canto in realtà hai bisogno di un punto di riferimento, anche perché il viaggio che faccio io non lo puoi fare tu, perché ogni storia è a sé, ed è fondamentale mantenere il giusto distacco, la giusta distanza.

Anche dall’Italia, da cui spesso è assente.

Esatto. Tornare nel proprio paese dopo tanti viaggi in cui lo vedi da fuori, astraendoti dalla tua realtà, in un circolo virtuoso lontano dagli intrighi di potere è sempre importante.

E com’è il volto dell’Italia visto dalla giusta distanza? Pieno di rughe?

Mah, in realtà da fuori si relativizza tutto forse molto di più, comprese le magagne, che ogni nazione ha, diverse e uguali, nel bene e nel male. Certo se si ha esperienza del mondo non si può dire che il proprio paese quale che sia sia il più bello del mondo a prescindere, perché ci sono cose migliori e cose peggiori come dappertutto.

Altra fondamentale peculiarità di questo suo libro è la prevalenza della parola sull’immagine: lo scritto riesce a rendere vividamente le impressioni figurative, ma non ci sono foto. Come mai?

Prima di questo ho scritto altri libri, romanzi basati sulle esperienze di quei viaggi specifici che ne sono stati alla base. Fino a prima del duemilaquattordici mi sembrava assurdo che esistesse un libro di viaggi senza foto o senza mappe ma prima l’accesso alle immagini era diverso, adesso comunichiamo quasi solo con le foto. Se chiedo a un amico Com’era la festa ieri sera? ormai non me lo racconta più, mi fa direttamente vedere la foto. Il contenuto diventa il guscio, l’immagine perde di significato, perché è troppa. E poi in questo libro specifico, che volevo infatti chiamare inizialmente Foto di parole, al massimo ci sarebbero stati bene dei disegni, perché c’è anche molto di onirico, e quindi al limite meglio quelli, che lasciano mano libera alla fantasia. Se uno vuole vedere Dacca va su Internet e trova molte immagini, di certo più belle di quelle che avrei potuto selezionare io. È un po’ anche per reazione, è come quando vidi i primi videoclip: quando ascolti la musica ci attacchi i tuoi ricordi, invece in quel modo ci sono appiccicati solo quelli di un altro che ha già scelto tutto in base alla sua sensibilità, e invece io volevo lasciare la libertà al lettore di immaginare.

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