Libri

“Di sangue e di ghiaccio”

41VtKbxC37L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

A quanto aveva intuito, l’Area Esterna era dedicata ai pazzi particolari, bisognosi di cure specifiche tutte per loro e la Damiana, che adesso con lui aveva un po’ più di confidenza e ci parlava volentieri, sosteneva che chi andava a finire lì veniva trattato con i guanti di velluto. Napoleone e Poldo non erano dello stesso avviso. Solo a nominarla, l’Area Esterna, si gettavano a fare gli scongiuri e mettevano continuamente in guardia Ranocchia, che stesse attento a non finirci dentro perché dall’Area Esterna non si tornava come prima. Glielo mostrarono, il Santo, mentre passeggiava in giardino dando da mangiare ai piccioni o quando, colto dai tremori dell’epilessia, rovesciava gli occhi indietro e poi tornava in piedi, il giorno dopo, girando sempre in tondo nel cortile. Il Santo era stato all’Area Esterna e a guardarlo da lontano poteva sembrare né più né meno che uno di loro, con la testa svitata, ma ad avvicinarsi c’era da inorridire perché la crapa gliel’avevano aperta per davvero – una cicatrice bianca sulla fronte, una striscia calva sul cranio, i segni li portava intatti. Il Santo non era così, prima, loro lo sapevano perché era stato infilato nel loro reparto e le sue preghiere, gli Alleluja contro il soffitto grigio, se li ricordavano bene. Era stato un mese a digiuno senza mangiare nulla, «neanche un tozzo di pane, che ci restassi secco, Dio mi è testimone». E gridava di redimersi, come aveva fatto lui che era scappato di casa, andato per i boschi e non aveva fatto mai male a nessuno. Viveva in una caverna come fanno le bestie, era matto da legare, si capisce. Nei giorni più freddi, l’anno passato, si buttava nudo nella neve a fare penitenza e quando i sorveglianti lo agguantavano, gli gridava addosso le sue maledizioni…

Di sangue e di ghiaccio, Mattia Conti, Solferino. Ranocchia è diventato pazzo. Ormai non ci sono più dubbi, quello che fino a poco prima era un semplice e banale sospetto ora si è tramutato in una certezza pressoché incontrovertibile. Del resto, chi altri se non un folle si sarebbe gettato in un fiume meno liquido che ghiacciato? Per fortuna è stato ripescato come nemmeno si trattasse di una trota, anche se sicuramente più morto che vivo… Lo rinchiudono in manicomio e pensano tutti, in quella piccola e niente affatto, per lo meno nella sostanza, accogliente comunità, di aver risolto il problema. D’altro canto è sempre stato svagato e gracile, con la campagna non ci sapeva fare, intelligentissimo non è mai parso, e poi ci si è messo pure quel cialtrone di Baldo Bandini, vagabondo e capocomico… Ma quale sogno della recitazione, suvvia! Anzi, troppo ha retto, il povero Ranocchia. Che ora si trova a Como. Dove hanno internato anche l’amata Maestrina. E da dove vuole fuggire. Anzi, deve. Ma non può né vuole farlo da solo. E allora… Simbolico e formidabile, lieve e per nulla superficiale, immaginifico e caleidoscopico, pieno di fascino e di livelli e chiavi di lettura e di interpretazione, è da non perdere e dimostra l’eccezionale maturità stilistica di un autore giovane ma che dipinge con tinte scintillanti il Lecchese di fine Ottocento. E non solo.

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