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“Il cinema francese negli anni di Vichy”

413hRXixrvL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Le Destin fabuleux de Désirée Clary – Regia: Sacha Guitry; Soggetto e sceneggiatura: Sacha Guitry; Fotografia: Jean Bachelet; Montaggio: René Le Hénaff; Scenografia: Jacques Colombier; Musiche: Adolphe Borchard; Produzione: CCFC; Origine: Francia 1942; Durata: 117’ – Interpreti: Jean-Louis Barrault (Napoleone Bonaparte), Geneviève Guitry (Désirée Clary, ragazza), Jean Périer (Talleyrand), Jacques Varennes (Bernadotte), Sacha Guitry (Napoleone I), Gaby Morlay (Désirée Clary, adulta), Jean Hervé (Talma), Yvette Lebon (Julie Clary), Lise Delamare (Joséphine de Beauharnais) – Le Destin fabuleux de Désirée Clary è una storia di incroci, coincidenze coreografiche – “coincidanze” – detours capaci di trasformare il quotidiano in eccezione. Sacha Guitry, che del cinema predilige ed esalta gli aspetti più legati al teatro, inaugura il suo “periodo Vichy” – composto da tre lungometraggi, un documentario e un cortometraggio – con il racconto per capitoli non annunciati dell’ascesa e caduta di Napoleone. L’obiettivo è chiaro, costruire un ponte fra passato e presente della Francia sacrificando la figura dell’imperatore sull’altare della Repubblica, mentre la strada è segnata da continui strappi, deviazioni appunto, atte a raccontare la Storia da un punto di vista periferico. Tutto parte da un avvertimento che verrà disatteso dopo pochissime sequenze: François Clary sta spiegando alle figlie Désirée e Julie quale posto dovranno mantenere nella scala sociale una volta diventate adulte: «voi siete petites bourgeoises […] Dio vi ha messo tra i contadini e i nobili, non cercate di tendere verso nessuno di questi due estremi […] e non importa che destino vi attenda, amate la Francia sopra ogni cosa». Il proposito, in realtà, è già stato disatteso ancor prima della sua enunciazione. L’ingresso nella casa della lettera regale di richiesta di alloggio per un soldato è un punto di svolta drammatico che precede il dramma stesso: nessuno, tranne l’autore, sa che quel soldato, Bernadotte, sposerà Désirée per poi sedersi accanto a lei sul trono di Svezia. Guitry vuole essere demiurgo, non regista. Vuole dirigere la storia e solo successivamente la macchina da presa. Il film si apre su di lui, intento a scrivere le pagine del racconto e procede sostenuto dalla sua voice over che diventa voice off quando, a fine primo tempo, decide di scompigliare le carte in tavola, cambiando gli attori e prendendosi di forza il ruolo di Napoleone I. Guitry è la mano della Storia. Si allunga per prendere ciò che gli è più utile dal passato e lo adagia nel presente: la fedeltà alla Repubblica minata, ieri dall’Impero e oggi (1942) dallo Stato collaborazionista. «Quali fatti sono avvenuti! La Rivoluzione Francese era compiuta, la Francia era ferita ma sarà presto rivitalizzata», racconta sfogliando le immagini del libro, carrellata temporale su carta, per introdurre una Désirée ormai maggiorenne. Una morte naturale si è portata via il padre così come il “termidoro” ha reciso il legame con l’Ancien Régime, di cui egli era sineddoche. Il passaggio è raccontato senza lacrime o gocce di sangue – le battaglie restano sempre fuori campo per tenere la violenza lontana almeno dal buio della sala – ma è decisivo: la società è cambiata, la ripartizione per ceto è stata decapitata, le sorelle Clary possono abiurare all’avvertimento iniziale proprio perché non esistono più le basi ideologiche che lo sostengono. Da quel momento il film procede lungo due direttrici che possono essere intese come scontro fra tempo dell’azione e tempo della riflessione: un montaggio velocissimo che racconti, con frenesia multitasking ante litteram, il clima vivace dei giovani generali e i loro giochi di potere (tempo dell’azione); lunghe sequenze di campi/controcampi insistiti per creare il terreno migliore ai dialoghi brillanti dei protagonisti (tempo della riflessione). I personaggi si trasformano lentamente in pedine – non a caso il regista si arroga il diritto di sostituirle – le cui azioni proiettano l’ombra del tradimento su qualunque parete. Anche Désirée, che non ha bisogno di rinnegare la sua scelta, si sente in dovere di presentarsi come “figlia di un mercante” nel palazzo reale di Stoccolma e suo marito Bernadotte passa la vecchiaia tormentato dal rimorso di aver tradito Napoleone. Questo sentimento capace di congelare la felicità in sorrisi meccanici e di consumare i denti fino alla radice, deve essere allontanato dal popolo francese che, al contrario, ha bisogno di ritrovare la grandezza perduta durante la guerra sotto l’Occupazione nazista. Liberarsi vuol dunque dire trovare uno scopo di vita, compiere un gesto catartico, spargere le ceneri di un imperatore nell’aria, nell’acqua, superare il controllo del regista-demiurgo e conoscere, prima di lui, il volto dell’artefice della catarsi stessa. (Michele Galardini)

Il cinema francese negli anni di Vichy, Simone Venturini, Mimesis. Selezionando trentasei pellicole fra gli oltre duecento lungometraggi di finzione che videro la luce in quegli anni, commedie leggere, adattamenti letterari, melodrammi, polizieschi, film di ambientazione storica e/o fantastica (del resto la settima arte parla sempre alla sua contemporaneità, anche quando inventa mondi altri) realizzati tra il millenovecentoquaranta e il millenovecentoquarantacinque, tra occupazione e liberazione, e avvalendosi di schede, approfondimenti, un apparato critico di indubbio spessore, una bibliografia nutritissima e un repertorio iconografico assai ragguardevole, Simone Venturini nel suo saggio racconta con estrema dovizia di particolari e stile semplice, chiaro e piacevolissimo a leggersi, la formidabile vitalità di un settore che vide privilegiare dal pubblico transalpino, desideroso di evasione da una quotidianità dolorosa, e ormai sempre più avvezzo al cinema, proprio i film francesi, espressione di una condizione peculiare e sostrato di quel linguaggio cinematografico che ancora oggi è pienamente riconoscibile come cifra particolare, unica, insostituibile.

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