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“Resto qui”

4196D8WwXnL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Siamo rimasti in piazza fino a tarda notte, finché dalla macchina dei carabinieri è sceso l’uomo col cappello. Con la sua voce gelata ha promesso che avrebbe trovato una soluzione. Il giorno dopo, con le maschere sul viso, le tute impermeabili, le pompe di disinfettante a tracolla, un manipolo di operai mandati dal Comune ha dissotterrato le salme e le ha trasportate qui sopra, a Nuova Curon. I corpi, per occupare meno spazio, li hanno trasferiti in piccoli ossari e in bare da bambini. Quando molti anni dopo padre Alfred è morto, l’hanno sepolto vicino a Erich. Sulla sua tomba c’è scritto Dio gli conceda le gioie del cielo. Su quella di tuo padre non ho fatto scrivere niente. D’estate scendo a fare due passi e costeggio il lago artificiale. La diga produce pochissima energia. Costa molto meno comprarla dalle centrali nucleari francesi. Nel giro di pochi anni il campanile che svetta sull’acqua morta è diventato un’attrazione turistica. I villeggianti ci passano all’inizio stupiti e dopo poco distratti. Si scattano le foto con il campanile della chiesa alle spalle e fanno tutti lo stesso sorriso deficiente. Come se sotto l’acqua non ci fossero le radici dei vecchi larici, le fondamenta delle nostre case, la piazza dove ci radunavamo. Come se la storia non fosse esistita. Ogni cosa ha ripreso una strana apparenza di normalità. Sui davanzali e sui balconi sono tornati i gerani, alle finestre abbiamo appeso tendine di cotone. Le case che oggi abitiamo somigliano a quelle di qualsiasi altro borgo alpino. Per le strade, quando finiscono le vacanze, si sente un silenzio impalpabile, che forse non nasconde piú niente. Anche le ferite che non guariscono prima o poi smettono di sanguinare.

Resto qui, Marco Balzano, Einaudi. Alto Adige, anno diciassettesimo dell’era fascista, ovvero il millenovecentotrentanove. Hitler e Mussolini si accordano sulle opzioni riguardanti quei territori da sempre contesi, concordando sul fatto che i cittadini di lingua tedesca residenti nella provincia possano decidere se emigrare in Germania o in Crimea oppure rimanere in Italia e accettare la propria completa italianizzazione forzata, alla faccia del rispetto per l’identità e non solo. Oltretutto, coloro che decidono di rimanere, i Dableiber, letteralmente rimanenti, vanno senza passar dal via, come si suol dire, a infoltire la schiera dei traditori, secondo il parere di chi si sente in diritto di poter emettere sentenze, mentre sugli altri, gli Optanten, cade la scure dell’accusa di filonazismo. Perfino i nomi sulle lapidi vengono modificati: Curon è in Sudtirolo. L’acqua sommerge ogni cosa. Solo la punta del campanile si salva. L’unico modo per non sparire è raccontare. Perché il silenzio può essere una risorsa. Un velo. Una cappa. Quando è una cappa va squarciato. Senza se e senza ma. E Trina, allora, parla. Trina. Che è giovane. È donna. È madre. Ma sua figlia è scomparsa. Senza lasciare traccia… L’identità è il grido lanciato a fendere il muro dell’oblio, mentre la diga cresce, e tutto cancella: una storia potentissima, attualissima, allegorica, emozionante.

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