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“Non si uccide per amore”

51v+n0V5WCL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ogni miracolo era possibile in una città come questa. Anche scoprire la verità su un delitto del passato. Anche rivedere finalmente il sorriso sul volto di tua figlia. Anche che Iole metta la testa a posto? No, quello no. Tornò in tempo per evitare l’ennesimo temporale che minacciava dal cielo. La corsa l’aveva rinfrancata, ma non era riuscita a distoglierla da un insinuante senso di solitudine. Iole e Vittoria erano sempre fuori. Le sue clienti erano quasi tutte migrate verso lidi più soleggiati. L’erba in giardino era stata tagliata da poco, il glicine non aveva bisogno di potature estive, la casa era uno specchio, ma sempre troppo silenziosa. E Gabriele sempre troppo lontano. Salì in camera, fece una doccia e infilò un paio di jeans. Poi aprì il cassettone, ai piedi del letto, e cominciò nervosamente a riordinare la biancheria, cambiandole posto nei cassetti. Aprì e chiuse le ante dell’armadio più volte senza trovare un abito fuori posto. Le prudevano le mani. Era impaziente di agire, ma per fare cosa? Per un istante, la sfiorò la tentazione di telefonare a Furio, il suo assiduo corteggiatore, l’uomo con cui le era facile confidarsi. Di certo, sarebbe accorso al suo richiamo, ma era giusto approfittare di quella devozione per riempire il vuoto che sentiva? Come spinta da una forza oscura, come il personaggio di un romanzo rosa, Libera scese le scale diretta verso la cucina, in cerca di dolci su cui sfogarsi. Si bloccò proprio mentre stava aprendo il frigorifero. Un secondo spuntino prima delle otto del mattino era impensabile. Arraffò la borsa dal tavolo, corse fuori e salì di fretta sulla Panda posteggiata di fianco alla recinzione in pietra del casello. Le strade erano ancora semideserte, in poco tempo imboccò la circonvallazione verso sud. Libera sapeva che non avrebbe dovuto andarci, ma non poteva farne a meno.

Non si uccide per amore, Rosa Teruzzi, Sonzogno. Libera è, insieme a Vittoria e Iole, che già abbiamo conosciuto e apprezzato nelle loro precedenti avventure, sapide, ironiche, ben costruite, ricche di spunti, livelli e chiavi di interpretazione e lettura, brillanti e avvincenti (e quetso nuovo capitolo conferma in tutto e per tutto la felicità della vena narrativa di Rosa Teruzzi), una delle tre signore in giallo del Giambellino, che non è una frazione di Cabot Cove bensì un quartiere suggestivo di Milano protagonista di tanta letteratura e musica leggera. Libera è una fioraia. Libera è vedova. Da vent’anni. Suo marito è morto. Ammazzato. Da chi? Ah, saperlo. E lei piano piano si è rifatta una vita. Ha dovuto. Eppure basta un biglietto trovato per caso nella tasca di un vecchio indumento sul fondo di un armadio, un biglietto che pare essere stato composto dalla mano di una donna, per ripiombare nelle viscere di un antico e mai sopito dolore. E per determinare una prosa di coscienza e una decisione, la consapevolezza di un bisogno. Andare fino in fondo. Affrontare il passato. Da non lasciarsi sfuggire per nessuna ragione.

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