Libri

“Una gratitudine senza debiti”

41fSMOvcqmL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Giovanni insisteva sulla dicibilità e mi metteva in guardia contro le trappole dell’indicibile. Il cristianesimo era entrato così profondamente in lui da rendergli insopportabile qualunque “verità” che non si radicasse nella carne. La profondità della sua immedesimazione con la persona di Cristo glielo rendeva poi comunicabile senza nessun moralismo, senza precetti. Dire l’amore, anche il più scandaloso, era non solo lecito, ma addirittura un compito dello scrittore e dell’artista, che non esistevano per nessun’altra ragione che questa. La sua lettura dell’arte e della cultura nasceva da questa radice e si sviluppava libera e spregiudicata, affascinando chi leggeva o ascoltava. La sua erudizione si sposava a una libertà intellettuale capace di sbaragliare qualsiasi blocco ideologico (di destra, di sinistra ma anche cattolico). Divenne una guida indispensabile per tanti di noi che non provavano grande attrazione per la carriera standard dello scrittore italiano. Quando morì, un altro suo grande allievo, Giovanni Agosti, scrisse che senza di lui ci saremmo dovuti accontentare al massimo di Italo Calvino. Parole esatte: ci saremmo dovuti accontentare di pensare e scrivere solo cose giuste e sacrosante, mentre Giovanni ci insegnò che un artista è tanto più necessario quanto più si oppone a tutto in nome di un amore che non lascia in pace, sfidando qualunque tipo di potere e di opinione corrente pur di non tradire questo amore, questo tormento. E, in ogni caso, sarà sempre meglio dire quello che non bisognava dire, e pensare quello che non bisognava pensare. Preferiva come detto Céline a Proust, Tasso ad Ariosto e amava Pasolini ma detestava il suo decadentismo, e sosteneva che il più bel romanzo scritto dal dopoguerra al tempo presente (1980) era Sotto il vulcano di Malcolm Lowry. Si discuteva a volte sulla miglior crostata o sulla miglior meringata di Milano, altre volte sui vizi immaginari e spaventosi di alcuni baristi della zona, altre volte su quali fossero il miglior personaggio, il passo più bello, il miglior finale e il miglior incipit della letteratura italiana. Sull’incipit Giovanni non aveva dubbi: né “Nel mezzo del cammin di nostra vita” né “Quel ramo del Lago di Como” (che per lui non era nemmeno l’incipit del romanzo), bensì “– Oh! Che fai? – Che faccio? Inchiodo! – A quest’ora?” con cui ha inizio Sei personaggi in cerca d’autore.

Una gratitudine senza debiti – Giovanni Testori, un maestro, Luca Doninelli, La nave di Teseo. Scrittore, drammaturgo, critico, storico dell’arte, santo e blasfemo, pudico e osceno, tormentosamente religioso, omosessuale avido di vita: tutto questo e molto, molto, molto altro ancora è stato Giovanni Testori, il Proust di Novate Milanese, colui che con Il ponte della Ghisolfa ha ispirato Rocco e i suoi fratelli, che ha dato scandalo con L’Arialda, inventato neologismi, composto trilogie, pubblicato il sensazionale In exitu, monologo di un prostituto tossico gay all’ombra della Madonnina, Riboldi Gino, l’emarginato che getta in faccia al pubblico il dolore degli ultimi: Mi manca. La forsa mi. Forsitam. Scarlìgo. Et sepùl. Sepultus erim. Indove? Un’oppiata est. Est. Me. Ego. Te. Tu. Lui. La sacra unziò. L’ostia! L’ost! L’ost! Nel corteo gh’eva delli angeli. Et arcangelos. Mamma, ‘scolti no el to’ Gì? Et verbum. Mai et. Più ammò mai. Di dubitabil no. I. Gli. Los. Les. I. I. I. Et i. Et sepulcra. Et arum della. Della. Della. Della, cosa? Sepulcrarum ruina. Et gloria. La qual’è: merda. Cagata. Immerdàta sbora. Anca, anca dòpu. ‘Lora. Avarànno gli angeli inzuppate l’ali. Di farinetta san. Santìs. Di sbora. I eroì. La vagina dell’esistere no. Et nòsingh. Fà l’istès. D’acqua dei piasciatoi, et orì, averànno. Inzuppate averànno. Anca. L’ali lor. Di tuttissime, anca, le evacuazioni e di tutte, anche, le esalazion e le diòs. Le diòs. Le dios. Le sine. O come si nominano nell’ecologica, nei ecologichi, ansi, et sepulcra? Sborarum sepulcra. Esaltazion dei miti fabbricanti il destì, o i destì, dell anonpiù carna-carna, del nonpiù osso-osso, della nonpiù merda-merda, della nonpiù, gnanca, sbora-sbora, o viscidità glandea. Cagheremo artificiàl. E non mente. Il testo de il. Ancorchè. Fatt’è. Il più fu. Nel dervire ch’ho fatto. La bocca ho. E i làber. No al vicì di qui, de la Gar. Remèmber, ignoto violator dell’oral mia juventute. No de lì. Bensì… Bensì, cosa? De un altare. Cosa vai dicendo, ‘desso, Ribò? De un altare-altare. Puoi specificar meglio? Certo. Specifica, allora. De un altare di lei. D’una gièsa. Sarai.  Esecrato sarai. Sputato. Vomì. Vomìtat. Lo son digiamò. Ma, io… Te? Io, qual  scrittore… Te, qual scrittore? Non possim. Te, te pòdi no? E, ‘lora, tira via la stilo d’in del quaderno e ferma el lìber. Fèrmel. Sù! Fèrmel! Al punto questo? A queschì! Sì! A queschì! Ma, tu sei. Lì, sei. Su del tavolo. Di marmore. Nudo, sei. Come se già defù. Megli’è. Vedràmmi per quel ch’io son. Et vàlsi. Conciato così? Trivellato così? Da tutti? I buchi i? Da tutte le sirìn? Disuman’è. Quei coaguli d’emato. Violàstr. Quelle. Lor, ecco. Quelle lacerate crost. Et. Infette et. M’oppongo. Anzi: oppòngomi. Con la forza, tutta. Cioè niènt. Con la che mi rès. Resto. Su del marmore del. Come potrei come? Del rest, come? Muovermi, come? In attesa stò. Rèst. Hic. Sto. Hic. Hic. E in attesa di che e di chi? Di quel che tu et omnes. Anca i. Anca i. I atei anca. Ciamàte, voi, Jesus. Et giuntate, poi: Cristo. Lui, ecco… Lui? Lui. Così. Esattamente. Lui. Ello. In lumine. Il Lui che sarè. Luca Doninelli è stato suo allievo. E amico. E racconta con leggiadria e sotto ogni aspetto la storia di questo rapporto. Meraviglioso e unico.

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