Libri

“Mangereta”

41UXZf46THL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ho ancora presente l’immagine di un uomo che in ginocchio scavava affannosamente con le mani. Sudava, croste di terra gli si erano appiccicate sul volto e sulle braccia. A tratti si fermava e cominciava a chiamare un nome, poi, immobile, restava in ascolto come se attendesse una risposta. Mani pietose cercavano di dissuaderlo da quell’inutile impresa, ma lui, imperterrito, riprendeva a scavare e a chiamare. Con la gola serrata da un nodo di pianto, guardai i miei, i miei si guardarono tra loro. Non avevamo più colorito ma trasparenza, le vene apparivano in tutta la loro bluastra ramificazione. Mi chiedevo chi di noi sarebbe svenuto per primo. Per evitare quell’incresciosa gara, uscimmo dall’orrendo incubo. I tedeschi avevano portato in quella cava, dopo un rastrellamento, più di trecento persone. Li fucilarono e poi fecero brillare delle mine per evitare che vi fossero superstiti. Di nuovo il grembiulino blu, il colletto inamidato, il fiocco celeste, ma questa volta con la cartella di cartone pressato con dentro libri, matita, quaderno e la solita merendina. Così allestito mi avviai alla scuola Ventiquattro Maggio, per frequentare la seconda elementare.

Mangereta, Adalberto Maria Merli, La nave di Teseo. Mangereta ha un suono bellissimo. Mangereta è un nome. E al tempo stesso non lo è. Mangereta è un soprannome. Mangereta è il nome che Berto, alter ego dell’autore, ha per sua nonna. Mangereta, in dialetto friulano, la lingua del cuore della sua anziana parente, perché, come sosteneva Gozzano, è solo col dialetto che si possono esprimere certi sentimenti, l’italiano, con la sua alterità normata e normativa, è troppo distante dall’anima per non passare prima dalla testa, vuol dire affamato. Mangia sempre. Mangereta. Perché Berto è così. Sempre affamato. Non solo di cibo. Di vita. Tiene l’artéteca, per dirla in napoletano, ha l’argento vivo addosso. E il lettore segue la sua storia di sfollato sui lontani e ripidi monti a causa della seconda guerra mondiale e di ritorno a Roma negli anni Cinquanta, un romanzo di formazione e crescita che è al tempo stesso anche l’affresco vividissimo di un mondo umano, troppo umano, che non c’è più, se non nei ricordi, e che manca. Assai.

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