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“Il latte della madre”

41AgEUDzYPL._SX341_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ma forse l’esilio mi salvò. Per qualche ragione a me ignota prolungò la mia esistenza. Solo una volta era successo che una mia paziente morisse, e se fossi rimasta nel tritacarne cittadino avrei dovuto imparare a considerare quei fatti come qualcosa di normale. Come un’inevitabile statistica medica. Ricordo in ogni dettaglio l’assurdità di quell’unica morte. Le doglie si prolungavano, un fatto in sé usuale. La donna era stremata, senza più forze, il polso debole, il battito cardiaco del bambino non si sentiva quasi più. Decisi di fare un cesareo. In sala operatoria mi assisteva uno studente che aveva ancora molto da imparare. L’anestesia fece effetto, praticai il taglio ed estrassi il bambino. Era sano e forte. Bisognava solo ricucire la ferita. Feci un cenno con la testa per fargli capire che non mi serviva più il suo aiuto. E davanti ai miei occhi lo studente si tolse i guanti sterili, sopra il ventre aperto della donna, e tutto il talco sudato all’interno cadde nella ferita. Con gli occhi sgranati, senza capacitarsi della propria azione, guardava il talco mescolarsi al sangue. Mi lanciai sulla ferita e cercai di pulirla, ma c’era poco da fare. Sebbene alla donna fossero state somministrate immediatamente le medicine, dopo un paio di giorno le fu diagnosticata una sepsi, un avvelenamento diffuso dell’organismo, e non si riuscì a salvarla. Il primario registrò il fatto come incidente, perché lo studente era figlio di un alto funzionario e suo buon amico. Davanti a me si aprì la grande strada della scienza che portava a Leningrado.

Il latte della madre, Nora Ikstena, Voland, traduzione di Margherita Carbonaro. Sono tre anni che le truppe naziste occupano la Lettonia. Poi, finalmente, nell’ottobre del millenovecentoquarantaquattro, sono costrette ad andarsene, e arriva l’Armata Rossa, che varca le soglie della splendida Riga, città stupenda, capitale bellissima, con un meraviglioso distretto liberty. Molte cose cambiano, alcune restano uguali, altre migliorano, certe peggiorano. È questa la linea di partenza di questo romanzo in cui una madre e una figlia dialogano cercando disperatamente di fare pace e di trovarla, rievocando la figura della nonna, attraversando la storia con l’iniziale maiuscola mentre percorrono gli impervi sentieri della propria vita, e di mezzo secolo d’umanità, fatta di abbandono, depressione, speranza e richiesta d’amore. Da non perdere.

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