Intervista, Libri

Giorgio Serafini Prosperi e la necessità di essere onnivori

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Giorgio Serafini Prosperi è l’autore del bellissimo Chi di spada ferisce: Convenzionali ha il piacere di intervistarlo.

Chi è Adriano Panatta?

Secondo me Adriano Panatta è soprattutto un convalescente emotivo. Una persona che non si fida ancora di sé stessa dopo quello che ha vissuto come un immane crollo nella sua vita. Sarebbe un poliziotto di talento ma non se lo riconosce fino in fondo. Non è solo stato sospeso dal servizio, si è autosospeso dalla vita fino a data da desinarsi. Vive con dolore questa situazione e cerca di rimettersi in sesto con tutte le proprie forze. Se gli proponessero di rientrare in servizio effettivo, non sa se accetterebbe. La situazione in cui si trova gli consente di proteggersi dall’essere in prima linea, gli permette di continuare a vivere “rintanato”, che è la condizione che conosce meglio di ogni altra. Però in questo romanzo l’istinto di sopravvivenza lo spinge sempre di più a riaffiorare, a mettere la testa fuori dal pelo dell’acqua. Per questo vive come in una sorta di vertigine. Come quando si esce per la prima volta dopo una brutta influenza: come se il mondo attorno a noi fosse ovattato, leggermente distorto. È sempre affamato d’amore ma poi non sa tanto bene cosa farsene, quindi cerca goffamente di tenersene alla larga. Anche in questo è in fuga. Sì, si può dire che Adriano sia una persona sfuggente, difficile, ombrosa. Ma anche capace di slanci, a suo modo un passionale.

Perché scrive?

Scrivo perché non so fare altro. Perché per me è impossibile farne a meno. Perché è l’unica cosa che mi ha sempre dato da vivere. Perché, forse, come Adriano, ho paura del mondo e, quindi, attraverso la scrittura mi illudo di crearne uno meno pericoloso, più “governabile”. Mi sembra di dare una forma al mondo, scrivendo. Ovviamente è un’utopia dolorosa. Scrivere per me è irrinunciabile.

Perché il genere giallo?

Non mi piace il genere. Per me il giallo non è un genere. Chiunque scrive, scrive gialli, più o meno dichiaratamente. Da Edipo re all’Odissea, tra i contemporanei da Auster a Murakami, una bella storia è sempre un giallo. C’è sempre un colpevole da scoprire, fuori o dentro di noi. Dal punto di vista strutturale, invece, il giallo mi interessa perché tutto deve tornare, tutto deve rispondere a un disegno. Questo interesse forse viene dal mio provenire dalla drammaturgia. Scrivere un giallo non è una passeggiata, come dice il mio fraterno amico Antonio Manzini: “scrivere un giallo vuol dire scrivere due libri. Uno è quello che il lettore non conosce, che devi nascondere, l’altro è quello che si vede”. Sono assolutamente d’accordo con lui. Grazie Antonio!

Qual è il ruolo della letteratura nella società?

Domanda da un miliardo di euro. Che ne so? Come diceva Edoardo Bennato: sono solo canzonette. Me la cavo con una frase di Pessoa: “la letteratura, come tutta l’arte, è la confessione che la vita non basta”. Promosso?

Qual è la situazione della cultura in Italia?

Io vedo un grande appiattimento, un dilagante conformismo. Cos’è la cultura? Siamo in tempo di elezioni, se guardiamo i programmi politici, nessuna forza politica se ne occupa in modo creativo. Cultura per noi è scuola e università, stop. Anche quelle, comunque, bistrattate. Secondo me né a scuola né all’università si crea vera cultura. Perché la cultura è aprire la mente, è imparare a scegliere. È sapere cosa si vuole. Se i cinema chiudono a frotte, se il teatro è diventato il parente povero dell’opera lirica, archeologia polverosa quando va bene, se si parla solo di bilanci, budget e PIL, non vedo nessuna cultura. La cultura non può essere rassicurante, non la danno in tv. E noi italiani siamo drogati dalla tv. La cultura non sono nozioni ma libertà di pensiero. Una cosa che nessuno vuole davvero. Meglio vincere gettoni d’oro e partecipare ai talent show. Così abbiamo tutti l’illusione di essere belli, ricchi e felici. Un modello orribile.

Che consigli darebbe a un giovane scrittore?

Di leggere. Di essere onnivoro. Dai libretti di istruzioni, ai fumetti. Qualsiasi cosa! Di crearsi un proprio gusto e un proprio stile. Di provare. Di rifare. Di bruciare le cose che scrive. Di allenarsi alla frustrazione che mai quello che vede sulla pagina gli piacerà abbastanza. E quindi di riprendere i fogli spiegazzati dal cestino dei rifiuti e di imparare dagli errori. Perché scrivere non è altro che accorgersi di non riuscire a mettere sulla carta abbastanza bene la propria imperfezione. E di ascoltare musica, perché la buona scrittura, secondo me, è soprattutto musica.

Il libro e il film del cuore, e perché.

Libro del cuore: “Il libro delle illusioni” di Paul Auster. Perché c’è dentro tutto l’universo. Se avessi scritto io quel libro, probabilmente non scriverei mai più. Non avrei più niente da dire. Film del cuore: “La vita è meravigliosa”, di Frank Capra. Perché la vita è davvero meravigliosa e abbiamo decine di occasioni al giorno per accorgercene, solo che abbiamo bisogno di rischiare di perderla per saperlo. Un’idea geniale. Di grande ingenuità, anzi di grande innocenza. Con un meraviglioso James Stewart.

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