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“Quello che i muri dicono”

51ATOSWqZOL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Da Hitnes a Liqen ad Agostino Iacurci. L’entusiasmo per l’arte pubblica contemporanea trascina, a partire dal 2014, anche il quartiere di San Basilio, grazie all’arrivo di tre maestri. Siamo nella periferia nord-est della capitale, quartiere difficile dicono le cronache, con un’altissima dispersione scolastica, quartiere bello con molte pareti cieche, ideale per realizzare splendidi murales. Da questa scoperta nasce il progetto che prenderà il nome di Sanba, curato dallo storico dell’arte Simone Pallotta per l’associazione Walls. Un lavoro capillare che coinvolge non solo i cittadini, ma anche le scuole, con la partecipazione dei bambini che hanno seguito dei laboratori di sensibilizzazione all’arte. Nascono così le due facciate dedicate a una nuova vita dall’artista spagnolo Liqen. La prima, intitolata proprio, El renacer, si trova in via Maiolati, angolo via Fabriano. Ed è altamente simbolica, un enorme rastrello rosso scopre la terra lasciandola finalmente libera da tutti i resti della civiltà industriale, dai palazzi alle statue, dalle bottiglie agli elettrodomestici. Una massa grigia, spiega l’autore in una nota, creata senza alcun tipo di linea guida, solo con l’estro di uno stregone o di un illustratore da cui ci si aspetta una trasformazione. La terra, la natura possono così ritrovare nuova vita, a simbolizzarlo i fiori che, uno dopo l’altro, si aprono. Nel quartiere la gente chiama questo dipinto Il rastrello, Liqen preferisce Rinascimento. Sul muro ha lasciato anche i ringraziamenti alla gente che lo ha accolto, dice, come un figlio. Anche sotto l’altra opera El devenir realizzata in via Fiuminata, ci sono i segni della sua gratitudine per San Basilio, dalle signore che gli preparavano il pranzo al Lotto 26, ai nomi di quanti lo hanno seguito durante le due settimane di lavoro. Protagonista, in questo caso è la splendida natura fiorita…

Quello che i muri dicono – Guida ragionata alla street art della capitale, Carla Cucchiarelli, Iacobelli. I proverbi, espressione immediata e sintetica della saggezza popolare, capace di arrivare a tutti, di essere comprensibile, facile, chiara, precisa, ci ricordano che se c’è una cosa inutile è parlare al muro. Però non ci raccontano la prospettiva inversa. Non risultano infatti, in effetti, evenienze di detti o motti che narrino di muri che facciano sentire la propria voce. Eppure è proprio così. Talvolta, anzi, in verità ormai piuttosto spesso, soprattutto nelle realtà metropolitane, i muri parlano. Lo hanno sempre fatto, per carità, a voler ben guardare, perché rappresentando la parete di un edificio narrano della sua costruzione, della sua storia, del contesto temporale, sociale, culturale, economico, politico. Ma ora i tag e i murales sono altro, evoluzione di una continua evoluzione, quella che caratterizza il nostro mendo precario, il nostro tempo liquido, per non dire liquefatto, come gli orologi del surrealismo. I muri sono simboli. Emblemi. Immagini. Sigle. Raccontano di un’appartenenza. Di un’identità. Rappresentano un comune sentire. Si fanno manifesto e proclama. Sono tele vergini che vengono scelte da tavolozze di artisti per ribellarsi alle convenzioni. Per dare voce a chi voce di norma non ha. Soprattutto nelle periferie, infatti, di cui nella maggior parte dei casi sventuratamente ci si ricorda solo quando servono come bacino elettorale (è cambiato qualcosa dall’epoca dell’onorevole Angelina? No. Anzi, forse sì. In peggio…), e viceversa nella restante parte del tempo le si guarda con neghittosa spocchia dall’alto di una propria solo presunta e spesso niente affatto reale né realistica, nella maggior parte dei casi, superiorità etica, morale, civile, umana. Abbandonate al degrado perché a nessuno interessano, le periferie, ma non solo, rivivono spesso grazie all’arte. In particolare a Roma, città immensa, cinta da un grande raccordo anulare che ha sessantotto chilometri di circonferenza e non la contiene tutta, anzi, metropoli tentacolare e agglomerato di realtà provincialissime, per parafrasar Flaiano, fatta di angoli splendidi, paesaggi decadenti, opportunità sprecate e da cogliere. Carla Cucchiarelli, che è giornalista capace, esperta e brava e donna sensibile e attenta, accompagna per mano il lettore in un viaggio, una passeggiata emozionante e istruttiva, che racconta di istanze, di arte e di passioni. Da non lasciarsi sfuggire per nessuna ragione.

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Una risposta a "“Quello che i muri dicono”"

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