Libri

“La vita lontana”

liberaria.001.jpegdi Gabriele Ottaviani

Dicevo no, e poi ero la confidente con cui elaborare il rifiuto. Litigavamo, poi spiegavo come si fa pace. Mi sottraevo, poi offrivo un petto su cui consolarsi della mancanza. Nei primi pomeriggi di quell’estate consumavo caffè con Li­vio, che mi parlava di libri e spettacoli teatrali. Prolungan­do quei dialoghi, in cui non erano mai menzionati amici interessati alle sue passioni, cominciai a accompagnarlo a qualche messa in scena, mentre Marzio usciva con gli amici o restava a casa. Una sera assistemmo a una specie di esibi­zione di teatro-danza in cui i ballerini erano nudi e si dime­navano confessando al microfono le proprie sofferenze pri­vate. Mentre mangiavamo una pizza, Livio precisò che non si trattava di un esperimento, bensì di un’esperienza, un la­boratorio in cui gli attori avevano realmente messo in gioco il proprio vissuto, e insomma m’improvvisò una recensione critica con riferimenti al Living Theatre, a Eugenio Barba, a Jerzy Grotowski, a Peter Brook, alla Socìetas Raffaello San­zio, all’antropologia della performance di Victor Turner, in un linguaggio ipnotico che, senza spiegare né persuadere, e a dire il vero un po’ annebbiando, mi colpì, per cui gli dissi: – Dovresti scrivere sui giornali. E lui, con la smorfia esperta di chi ti ha raggirato ma non ha nulla di cui esser lieto:

– Mamma, scrivo già per delle riviste di critica.

– Davvero?

– Sì. Te ne avevo parlato.

– Evidentemente sto invecchiando.

E lui, con voce dolce: – Macché. Con tutte le preoccupazio­ni, non puoi accorgerti di tutto.

Certo che no. Rientrammo, superammo la cornice illumi­nata della porta di Marzio, ci andammo a coricare.

 

La vita lontana, Paolo Pecere, LiberAria. Ogni vita è storia a sé. Felice, infelice, serena, travagliata, semplice, complicata, incerta, sicura, presente, passata, futura, immaginata, vagheggiata, sognata, sperata, dimenticata. Vivere è l’unica cosa che possiamo fare nel momento in cui aprendo gli occhi sappiamo di avere una coscienza, e che è iniziato il nostro conto alla rovescia del quale non conosciamo la durata, sapendo solo che ci ricondurrà a non essere. La vita può essere unica, doppia, segreta, nascosta. Perché si ha paura di essere quel che si è. Si teme il giudizio degli altri. La vita che racconta Pecere, che è ricercatore di storia della filosofia e si vede lontano mille miglia, con stile vibrante, intenso, ampio, solido, potente, raffinato, elegante, denso, maestoso, è una vita lontana. Dalla stabilità. Dalle premesse. Dalla quotidianità. Elio, marito di Dora, voce narrante di cui Pecere, in modo assai meno scontato di quanto si potrebbe pensare riferendosi a uno scrittore, che comunque evidentemente per natura deve saper dare corpo a cuori altri da sé, sa esprimere i palpiti con magnifica credibilità, abbandona la famiglia, consorte e due gemelli, per andare in un monastero indiano. Dora cresce Livio e Marzio da sola, e mentre il senso delle radici si intreccia col desiderio di fuga… Da non lasciarsi sfuggire.

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