Cinema, Intervista

Paolo Civati: la realtà è un concetto finito

castro-paolo-civati-3983-600x337.jpgdi Gabriele Ottaviani

Paolo Civati è il regista di Castro: si racconta a Convenzionali.

Com’è nato Castro?

CASTRO ha avuto una genesi complessa e articolata. Era partito come film di finzione “Questi son signori”; grazie a Tangram Film, e allo sforzo di tutta la squadra, abbiamo girato un teaser di sei minuti in cui si innescava la storia di una famiglia borghese decaduta, interpretata da Lydia Biondi, Paola Michelini e Vinicio Marchioni, che veniva accolta nell’occupazione. Il teaser era interessante ma riduttivo rispetto al dato reale  delle persone che vivevano in quel posto così, insieme alla sceneggiatrice Giulia Moriggi, abbiamo scritto  il trattamento per un film doc  e abbiamo partecipato al Solinas, arrivando in finale. La Vita nel frattempo correva veloce, il Castro rischiava di essere sgomberato e assieme alla direttrice della fotografia Valentina Summa e al fonico di presa diretta Ludovic Van Pachterbeke abbiamo iniziato a girare, e abbiamo continuato a farlo per un anno e mezzo. In totale il processo creativo  ha preso quattro anni di lavoro. Con Giulia Moriggi abbiamo sempre “raddrizzato il tiro” del percorso che stavamo tracciando, dopo ogni sessione di girato, e con Valentina Summa e  Ludovic Van Pachterbeke abbiamo visto e rivisto il girato, parlato, costruito percorsi umani con gli abitanti del Castro. L’idea era quella di usare il Cinema per raccontare quella realtà, amplificandola e non, unicamente, documentandola. Per questo ci sono voluti tempo, osservazione, ascolto, dedizione, sconforto, depressione, coraggio, ironia, unione, testardaggine, paura, risate nere, tantissime risate nere…

Dove si annida la violenza?

Tutto quello che è umano ci appartiene. Se leggo Omero o Euripide, Dante, Shakespeare o Brecht (etc..) devo ammettere a me stesso che il genere umano è violento.  Basta un essere umano  per determinare un precedente negativo sul passaporto dell’umanità, le cause sono miliardi, siamo tutti potenzialmente violenti, ma la possibilità di scegliere fa la differenza, la cultura alle volte aiuta, e anche dei bravi genitori!

Chi sono gli ultimi?

Tutte le persone che non incidono con la loro presenza, che non hanno abbastanza voce o corpo o occhi per essere ascoltate. Nella nostra società spesso dipende dalla quantità di denaro che hai accumulato, ma un essere umano non è il denaro che possiede, sbaglio?

Come viene filtrata la realtà dall’obiettivo? Il documentario è anche un’opera di finzione?

Il punto di vista è quello che fa la differenza in ogni operazione artistica, la sensibilità di chi osserva è scegliere cosa mettere sotto la lente di ingrandimento. La realtà è un concetto finito, chiuso, troppo soggettivo per avere senso nell’ambito artistico, almeno dal mio punto di vista. La sintesi che arriva allo spettatore, se crea un rapporto di empatia, è quella cosa impalpabile che si verifica nell’istante, una magia segreta e intima che appare nel buio della sala. Ogni macchina da presa crea un filtro, nel nostro caso volevamo fare un film, la coincidenza dei protagonisti con la storia e il luogo, il Castro, hanno fatto si che l’operazione venisse ascritta al genere documentario. Ma non sono interessato a definire il mio lavoro attraverso un genere…

Come si ottiene la fiducia delle persone per fare in modo che queste si esprimano in modo libero e naturale di fronte alla macchina da presa?

In assoluto non esiste un modo, meno male, per ottenere la fiducia. Accade. La delicatezza e l’ascolto aiutano a far durare il rapporto ma le premesse appartengo all’empatia che si crea e alla volontà di trattare ogni persona in maniera civile e responsabile; se le persone capiscono che ti prendi la responsabilità delle loro fragilità si sentono a proprio agio e accettano il gioco del cinema.

Qual è l’aspetto più importante di cui tenere conto in una narrazione?

Il conflitto, sia esso intimo o esposto, e le contraddizioni che genera.

Chi sono i suoi modelli di riferimento?

Kubrick, Dardenne, Fellini, De Sica/Zavattini, Godard, Van Sant, Truffaut, Tarkovskij, Scorsese, Hitchcock, Antonioni, Garrone, Allen, Risi, Bergman, Giovannesi,  Kechiche, Visconti,  Tarantino, Lynch, Tornatore, Bresson,  Minervini, Almodovar, Rossellini, Seidl, Virzì, Kaurismaki, Eisenstein, Bertolucci, Spielberg, Rosi, Kieslowski, Monicelli, Pietrangeli, Solondz, Bolognini, Miyazaki, De Seta, Leigh, Salvatores, Comencini, Coen, Leone, Inarritu, Von Trier…e tantissimi altri… Mi piace il Cinema. Tanto!

Qual è il messaggio del suo film?

Siamo tutti diversi, quanti sono gli esseri umani, ma desideriamo le stesse cose…

Che cosa rappresenta la casa nella nostra cultura?

La base per sentirsi abbastanza forti per fare tutto.

Qual è il vero significato della parola integrazione?

Accettazione, solidarietà, unione.

Quali sono i suoi prossimi progetti?

Sto lavorando sul mio nuovo film Swisside, sempre con la stessa squadra, e sto per iniziare le prove di uno spettacolo teatrale, The memory of water, scritto da Shelagh Stephenson, con Giulia Michelini, Paola Michelini, e Elisa Di Eusanio (il resto del cast è in via di definizione).

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