Libri

“La fattoria dei gelsomini”

51KLnrgLH2L.jpgdi Gabriele Ottaviani

La sua occasione. Lo intuì in un baleno. Ecco la mano vincente: la fortuna girava dalla sua parte. «Me ne vado», dichiarò. «Vado a cercarla! È una vita che sogno una vacanza in Costa Azzurra!», disse con gli occhi accesi di gioia. Rosie la guardò, inerte. Si trattava evidentemente di un’occasione mandata dal cielo per seguire Lady M. fino al suo nido e dedicarsi indisturbata a mettere il sale sulla coda del timido uccellino, senza limiti di tempo. Un nido era il luogo ideale per lunghe chiacchierate tranquille che avrebbero lentamente portato a risoluzioni improntate alla ragionevolezza. Oltretutto la gente non poteva fare altro che sviluppare una certa intimità se si ritrovava insieme con indosso quei pigiami molto scollati sulla schiena che apparivano sulle riviste di moda e si diceva andassero di gran moda in Costa Azzurra. L’indomani sarebbe uscita per comprarne uno, come prima cosa. E certo, lo sapeva molto bene che meno abiti si indossano più si diventa amichevoli ed espansivi. Com’era possibile rimanere altezzosi con indosso soltanto un paio di pantaloni e uno striminzito fazzoletto di seta a coprire le parti sensibili del petto? Qualsiasi contegno sarebbe stato sciocco in circostanze simili, e in un paio di giorni passati insieme seminude, lei e Lady M. si sarebbero parlate a suon di “cara”; da lì a chiamarsi Belle e Daisy il passo era breve. Spiegò tutto questo a Rosie quasi senza riprendere fiato, con il giornale accartocciato in mano, gesticolando febbrilmente. Poi, all’improvviso, come catturata da un pensiero, ricominciò ad allacciarsi il busto.

La fattoria dei gelsomini, Elizabeth Von Arnim, Fazi. Traduzione di Sabina Terziani. Cinica, tagliente e ironica come nessun’altra mai, animata da uno spirito satirico tale da far sembrare dolci, flebili e niente affatto umoristiche le voci di Orazio, Marziale, Persio, Lucilio e Giovenale, Elizabeth von Arnim in quest’opera con classe sopraffina mette alla berlina in modo elegantissimo ed esilarante, semplice ma mai banale, che fa riflettere e interrogare, le marchiane ipocrisie di un mondo vacuo, fasullo e moralista che conosce alla perfezione in tutte le sue sfumature, ossia quello dell’aristocrazia inglese, che dietro i pregevoli tessuti di tendaggi e salotti in realtà nasconde ombre torbide che niente hanno a che fare con l’apparenza impeccabile, signorile, raffinata, spocchiosa. Quella che doveva sembrare come una tranquilla, per non dire monotona, trita e banale, fine di settimana in una residenza di campagna si trasforma in realtà, per un gruppo di alti papaveri, in un crogiolo di colpi di scena la cui sapidissima descrizione conquista sin dalla prima battuta.

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