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“Suttaterra”

SuttaterraCoverdi Gabriele Ottaviani

La Madonna indossava una lunga tunica d’oro. Il robusto collo, marrone come il volto, singultava poco visibile come a rinchiudere vocalizzi indiavolati. Le ricadeva sul viso un velo anch’esso aureo. Bucavano il ricamo metallico un paio di corna di caprone, e spuntavano dalle maniche due mani oltremodo bianche, le mani di qualcuno che ha già superato la morte. Dal cielo verso la collina, l’Alemanna si scendeva verso l’altura, librando come una piuma incenerita dai piccoli fuocherelli, sino a conficcarvi i suoi piedi lividi e nudi, e lacerati da tre diverse stimmate. Fu però la faccia di Lei ad atterrire più di ogni cosa Giuseppe. Il volto infatti si incattivì e si dichiarò demoniaco. Denti appuntiti, e tra le fauci un bolo color petrolio brulicava di anime rimpicciolite. Il ragazzo raccolse frenetico il santino dalla tasca e lo guardò: l’immagine era ora identica a quella dell’apparizione. Quando ripose il santino ed ebbe il coraggio di alzare il capo, la Madonna dell’Alemanna si era alla fine irrigidita a mo’ di una statua. Gli occhi vuoti di principi fissavano ora inerti il lungomare e i dintorni della collina da dove troneggiava. Diede un’ulteriore guardata verso la patrona e si sentì arreso. Poi, memore delle parole del nano, rinnovò le sue intenzioni e accese l’auto avviandosi lungo la strada alla destra del bivio, in quella notte recata direttamente dalla Madonna. La via per il lungomare Federico II di Svevia, devastata e colma di rialzi, era rischiarata dalla sola luce dei fanali.

Suttaterra, Orazio Labbate, Tunuè. Milton, West Virginia. Giuseppe Buscemi ha chiare origini italiane, pleonastico a dirsi. Vive lì, nel bel mezzo dell’Appalachia, nel trentacinquesimo per ordine d’ingresso nella confederazione degli Stati Uniti d’America, the mountain state con capitale Charleston, incastonato tra Pennsylvania, Maryland, Ohio, Kentucky e Virginia. Ha trent’anni. Fa il beccamorto. È il figlio di un predicatore. Ha un chiodo fisso in testa. Sua moglie. La amava. Non c’è più. È morta. Da un anno. Toglie il sonno, la vita e la pace il dolore che riecheggia cupo e non si azzittisce mai, tintinna tragico e incessante nel cuore. Poi, però, un giorno, Giuseppe riceve una lettera. Della moglie. Morta. Che gli dice di andare da lei. Laddove si sono sposati. In quella che per Camilleri è Fela, e che viene ingiustamente ricordata più che altro solo per il petrolchimico. A Gela, in Sicilia. Giuseppe ha paura. È sconcertato. Al tempo stesso, il fuoco d’amore che lo fa ardere e lo rende più verde dell’erba, per dirla con Saffo, non gli consente l’indifferenza. Parte. E inizia un viaggio che è prima di tutto un percorso di transizione, crescita ed espiazione. Elencare le suggestioni che questo romanzo genera quando si legge è partita persa in partenza, perché il loro numero è pressoché immenso: Cesarotti, Shelley, Consolo, Argento, Lynch, Ligotti, D’Arrigo, Rossetti, Poe e mille altri ancora. Ma non si tratta di mero citazionismo, né di sterile vacuità: originalissima, la voce di Labbate è stentorea e assoluta, si immerge laddove non c’è più luce, per fare emergere il nucleo della paura. E della disperata speranza. Spiazzante e sensazionale.

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