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“I miei due cuori nomadi”

download.jpgdi Gabriele Ottaviani

Valigie che venivano preparate, mio padre che c’era poco durante il giorno e invece mio zio, il Santone, che era sempre più presente, e un improvviso e per me impressionante abbandono dell’appartamento. In questa operazione persi la chitarra giocattolo comprata da poco. Mio padre mi diceva che sicuramente una volta finito il viaggio l’avremmo trovata da qualche parte nei bagagli o negli scatoloni. Non ebbi il tempo di chiedermi di che viaggio mi stesse parlando: la partenza fu pressoché immediata.  Partimmo con la Chevrolet color panna dell’89 di mio zio Sabaah e quel viaggio rimase impresso a fuoco nella mia mente come il più sofferto e allucinato della mia vita. Solo qualche anno dopo mi è stato spiegato che per arrivare in Giordania avevamo attraversato il deserto dell’Iraq: la mossa disperata di mia madre di far ritirare i passaporti italiani mio e di mio padre per bloccare i suoi movimenti aveva reso impossibile prendere l’aereo per andare in Giordania dove tutta la famiglia Rizq stava per stabilirsi definitivamente. E così mio padre dovette farmi espatriare clandestinamente: un viaggio infernale, in quella macchina, che non dimenticherò mai. Il caldo estivo in Kuwait e Iraq è qualcosa che non si può spiegare a un europeo che non sia mai stato in quei posti: quando ero in giro per il quartiere con i cugini, sotto il solleone, non sentivo umidità o soffocamento ma puro caldo, quel caldo che scalda la pelle, la testa e i pensieri. Il caldo del deserto. Nella Chevrolet del Santone il viaggio sembrò infinito.

È giovanissimo. È nato a Genova. Vi vive e vi lavora. Fa l’impiegato. Si è laureato in lingue. Ha insegnato per quattro anni arabo. Ha un padre palestinese. Ha una mamma italiana. Quand’era piccolo il babbo lo ha rapito. I conflitti fra i genitori sono ricaduti su di lui. Senza colpa, né peccato. Un oggetto. Uno strumento di vendetta. Al centro di un’aspra e violenta contesa, avvelenata e avvelenatrice. Omar racconta la sua storia. Talmente dolorosa che sarebbe bello e consolatorio considerarla incredibile, ma invece è vera. Ed è scritta con una spontaneità così torrenziale da emozionare e commuovere profondamente e sinceramente. È la storia di un ragazzo che si sente scisso, dimezzato come il visconte calviniano, estraneo finanche a sé medesimo, in balia di due opposte tensioni. Che però al tempo stesso in lui trovano unità perché sono quel che lo ha generato. I miei due cuori nomadi, Omar Rizq, Il canneto. Semplicemente meraviglioso.

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Una risposta a "“I miei due cuori nomadi”"

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