Intervista, Libri

Massimo Bavastro: “Essere genitori vuol dire…”

download (1)di Gabriele Ottaviani

Convenzionali ha recensito Il bambino promesso di Massimo Bavastro e ora ha il grandissimo piacere di intervistarne l’autore.

Cosa significa essere genitori?
Provo a rispondere tenendomi lontano dalle generalizzazioni, e dicendo in che modo ci provo io, a essere un buon genitore.
Esserci: suonare la chitarra con i miei figli, prendermi del tempo per pensare ai film da guardare insieme a loro; non mettergli pressione e non fargli sentire il peso del giudizio; abbracciarli, baciarli, fargli sentire che gli voglio bene perché sono i miei figli, ma anche per le persone che sono; ridere con loro quando mi sento di buon umore, e cercare di limitare i danni quando sono di cattivo umore; fargli sentire che è importante che facciano il loro dovere, e verificare che lo facciano; mostrargli quanto è bello vivere di passioni, senza pretendere di trasmettergli le mie; aiutarli a cogliere la bellezza della vita, e mostrargli che se sorridono, gli altri sorrideranno a loro.
Abbracciare la loro mamma e dirle “ti amo” davanti a loro; ma anche litigare con lei di fronte a loro, perché capiscano che se litighiamo non è la fine del mondo, e vedano che si può chiedere scusa e passare oltre. Provare a impedire che si alzino da tavola prima che gli altri abbiano finito di mangiare. E mantenere le promesse.
Quando riesco a farlo la metà delle volte che ci provo, sono contento.
Perché scegliere di avere un figlio oggi in un mondo che non sembra essere affatto a misura di bambino?
E se invece non lo fosse mai stato come adesso? Viviamo in un relativo benessere, e abbiamo la possibilità di scegliere quello che ci piace e di rifiutare quello che non ci piace. Ci sono un sacco di cose che possiamo fare con i nostri figli, basta averne voglia.
Che percorso è quello dell’adozione?
Il percorso burocratico è complicato, lungo, frustrante, assurdo, legato in maniera preponderante al caso. A guardarlo a cose fatte, a distanza di tempo, può apparire perfino comico. Si sa che Kafka rideva a crepapelle quando leggeva i suoi racconti agli amici. Ecco, parlo di quel genere di comicità.
Perché rivolgersi alle adozioni internazionali?
I bambini italiani adottabili sono pochi, e vengono dati in adozione a coppie più giovani di quanto non lo fossimo io e mia moglie quando abbiamo iniziato il nostro percorso. È una scelta obbligata: che però può diventare un’esperienza meravigliosa, fondamentale.
Quali sono i momenti peggiori dell’iter che porta ad adottare un bambino?
Non dimenticherò mai la faccia stolida di un impiegata comunale romana, che mascherava dietro un (mendace) “non posso farci niente” la propria sovrana indifferenza per gli esseri umani.
Che mondo è l’Africa, di cui dai mezzi di comunicazione di massa abbiamo senza dubbio un’immagine filtrata?
“Il bambino promesso” va probabilmente contro una serie di aspettative. Una di queste è che dopo nove mesi in Kenya i protagonisti abbiano capito tutto. In uno degli ultimi capitoli del libro, invece, ci si arrende alla constatazione di non avere capito quasi niente, di non essere riusciti ad entrare davvero in contatto con quel mondo. Probabilmente anche in questo c’è qualcosa che si avvicina all’aver compreso, almeno un po’…
Quali sono le speranze e le paure che un padre e una madre hanno per il proprio figlio?
Abbiamo iniziato le pratiche per l’adozione in Kenya quando presidente degli Stati Uniti era un uomo di origine keniana. Oggi al suo posto c’è un presidente che è stato appoggiato dal Ku Klux Klan. La storia cambia velocemente e in maniera imprevedibile. Cerchiamo di rimanere a distanza di sicurezza dalla paura, e ci teniamo stretto il nostro ottimismo.
In cosa scrivere per il teatro differisce dalla narrativa propriamente detta?
“Il bambino promesso” è pieno di storie, personaggi, avvenimenti; è memoir, libro di viaggio, reportage, romanzo di una crisi famigliare… La difficoltà era quella di tenere insieme tutto questo materiale senza perdersi. E perché tutto si tenesse era necessario lavorare in modo chirurgico non solo sulla struttura, ma anche sulla lingua: trovare la lingua più precisa, più diretta, più nitida.
È un livello di difficoltà che non ho mai dovuto affrontare per i miei spettacoli teatrali, con i quali cerco di emozionare, di far ridere, di far piangere, di toccare corde profonde… ma sempre all’interno di una misura più ridotta, che è la loro durata, mai superiore a un’ora e mezzo. Quindi una differenza fondamentale, in questo caso, è proprio quella delle “dimensioni”.
E poi un testo teatrale, così come una sceneggiatura cinematografica, è una specie di “semi-lavorato”, che si completa attraverso il lavoro degli attori, attraverso le luci, le scenografie, e per opera di un regista che non sono io. Il libro invece si gioca tutto sulla pagina: non c’è niente fuori da lì, nessun trucco, nessuna musica di sottofondo a sottolineare nulla, nessun cambio di luci improvviso a svegliarti…
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