Intervista, Libri

Carla Vangelista e la natura dell’amore

41YJwxwlO7Ldi Erminio Fischetti

Ciò che colpisce sin da subito è la seraficità dei suoi movimenti, una sorta di elogio pratico di quella lentezza che la nostra società ha perso e tratta come un difetto o una colpa e che invece andrebbe recuperata per gustare meglio il sapore di tutte le cose. Al tempo stesso non corrisponde a questa calma una stasi interiore, anzi, il piacere che si ricava dal conversare con lei si deve soprattutto alla varietà dei suoi interessi, alla brillantezza della curiosità di una donna appassionata lettrice (specie delle versioni cartacee dei libri), di Anne Tyler e non solo, che ama, tanto da saperne recitare intere parti a memoria, Gente comune, il primo e migliore film di Robert Redford (“avrebbe dovuto fermarsi lì, era quella la storia che aveva da dire come regista”), e I ponti di Madison County, più, e non si può non essere d’accordo, la pellicola che il volume da cui è stata tratta (anche se di solito se si fa un buon lavoro i film che derivano da libri, come per esempio Colazione da Tiffany, che si basa sulla prosa straordinaria di Capote, sono migliori di quelli che nascono da sceneggiature originali, sostiene, perché il libro concede ai personaggi quello spazio d’approfondimento che è un valore aggiunto per la resa cinematografica), e che è grata al suo lavoro di dialoghista perché passare vent’anni con il dizionario dei sinonimi e contrari per adattare nel doppiaggio le parole da far pronunciare agli attori non solo in base al senso, ma anche ai movimenti delle labbra, è stata una palestra magnifica, a suo dire. Convenzionali è felice di intervistare Carla Vangelista, che pubblica con Harper Collins L’uso improprio dell’amore, la storia, ambientata a Parigi, di Guy ed Elodie.

Come dev’essere l’amore?

Spontaneo e libero. Noi vogliamo sempre mantenere l’equilibrio tra raziocinio ed emotività, ma non è nella natura dell’amore.

L’amore ha un’accezione molto ampia, ma certo deve essere, al di là dell’anagrafica, maturo.

Certo, ogni età ha la sua maturità. Pensiamo poi inoltre sempre a cosa quella storia ci stia dando quando siamo innamorati, non dovrebbe essere così.

Anche perché l’amore è sempre una questione di punti di vista, di reciproche percezioni. Viene alla mente la serie tv The affair, per esempio…

Vero, assolutamente. I ricordi sono diversi, e farli coincidere è difficile. Passano gli anni e tu magari non ti ricordi chi ha lasciato chi o perché, o pensavi che la maglia che indossava quel giorno la persona che amavi fosse blu e invece era grigia.

L’idea di scrivere un libro è sempre stata con te?

Sì, certo, ha attraversato tutto il periodo che ho passato a fare altri lavori.

La letteratura italiana si sta inglesizzando? Ci sono temi che si stanno internazionalizzando o siamo ancora legati alla tradizione? Qual è un libro che hai letto “per caso” e ti è rimasto nel cuore?

Noi abbiamo una tradizione bellissima. Io ho fatto la scuola per interpreti, e quindi leggo naturalmente anche libri stranieri in originale, soprattutto in inglese (sono innamorata della cultura angloamericana, le sorelle Brontë, Edith Wharton, autrice dell’Età dell’innocenza, bello sia il romanzo che il film…), come per esempio La ragazza del treno, da cui forse deriva la suggestione della Ragazza che si trucca, pagina social – e ora anche racconto gratuitamente scaricabile on-line – che ha “lanciato” L’uso improprio dell’amore, e di cui non mi è piaciuto per niente il film, che esasperava l’aspetto meno interessante, ossia quello thriller, e tutto quello che nel libro era in sottrazione (la storia angosciante di una donna che non aveva una vita che ricercava testardamente l’infelicità, ma che nel film, per cui Emily Blunt non è stata per me la scelta giusta, era tutto uno strillare), mentre il romanzo, che ho scoperto per caso quando ancora nessuno ne parlava, mi ha conquistato sin dalle prime pagine: in generale però quello che posso dire è che è difficile che una persona scriva in un libro qualcosa che non le parla. Certo è importante aprirsi, globalizzarsi e prendere spunto da chi in qualche caso fa cose migliori di noi, ma se un tema non ci parla, è fuori contesto, è tipico per esempio della realtà anglosassone ma non si adatta affatto a quella italiana allora quello non è aprirsi, è inutile. Io penso che sia inevitabile seguire un percorso, ognuno il suo: l’importante è scrivere delle belle cose, o perlomeno pensare di scrivere delle belle cose.

Perché Parigi?

Perché Parigi è per antonomasia la città dell’amore. Una volta il viaggio di nozze era o a Venezia o a Parigi, non come adesso che si va in posti dove io non potrei andare mai perché non prendo l’aereo. A Elodie avrei anche potuto far guidare il motoscafo tra le calli invece che il taxi, ma era più complicato. A Parigi ci si arriva col treno, magari quello notturno, che è ancora più romantico. Parigi è il primo amore, è la città dove ha vissuto mio padre, che, come per ogni figlia, specie se unica, è stato l’Uomo per eccellenza, quando con la sua famiglia d’origine è andato in Francia perché probabilmente mio nonno era antifascista. Parigi e la Provenza, dove lui ha abitato, sono stati i primi viaggi che ho fatto da sola con lui, pochi ma bellissimi, anche se io parlo male il francese. E poi a Parigi c’è la pioggia, e le scene d’amore sono più belle con la pioggia. Anche nei miei film preferiti, come per esempio Cantando sotto la pioggia e Colazione da Tiffany, c’è la pioggia.

Nel libro ricorre il colore rosso. Che significato ha per te?

È un colore coraggioso. È la trasgressione massima. Guardatemi, sono qua. Non mi importa di quello che pensate di me. Non mi importa di quello che pensate che io pensi. Io sono qui. E sono rossa.

Come procedi per la creazione di un libro?

Parto dai personaggi. Li creo proprio. Mi invento tutto di loro, anche con quali giocattoli si divertivano da bambini. Tutti dettagli che nel libro magari non userò, ma che mi servono. La scrittura di questo libro è durata sei-sette mesi, ma l’idea primigenia lo precede di anni.

Quindi utilizzi una sorta di metodo Stanislavskij della scrittura…

Sì. Ma sono anche stachanovista. Ogni giorno mi metto due ore davanti al pc. Non apro Facebook. Non apro internet. Mi metto davanti alla pagina e scrivo. Qualche volta non scrivo niente, ma è raro, perché alla fine ti viene sempre qualcosa. Magari prendo appunti. E poi se sei fortunato i personaggi davvero ti portano dove dicono loro, ti guidano. Tu hai una scaletta abbastanza precisa, ma poi ti senti libera. Se ti viene di far passare quel personaggio sopra un ponte ma sai che non ci andrebbe mai, alla fine decide lui. È questo il bello.

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