Intervista, Libri

Silvia Ferreri: “Le madri ci provano sempre”

download (6)di Gabriele Ottaviani

La sensibilità della prosa di Silvia Ferreri è così raffinata perché appartiene indubbiamente alla persona, alla donna e alla madre che è: per questo il suo libro è così empatico, semplice, chiaro, potente, non retorico, sincero, umano, credibile, mai pretenzioso. La rara gentilezza e l’ancor più preziosa umiltà sono evidenti sin da subito, appena risponde al telefono, con la sua bella voce, in un terso, cristallino e tagliente mattino di novembre. È sabato, e noi di Convenzionali la strappiamo per qualche minuto alle sue numerose attività per parlare con lei del romanzo che ha scritto, edito da Neo, La madre di Eva. Un’opera molto profonda, in cui ogni induce a riflettere. Su molti temi: l’identità, il corpo, la genitorialità, l’amore.

Quanto conta per la formazione della propria identità e nella nostra società il corpo? Quanto è difficile sopportare il dolore di abitarne uno nel quale non ci si riconosce, che non corrisponde all’anima? Come si fa a fare in modo che l’amore  di una madre riesca a non far sentire il figlio solo di fronte alla sofferenza?

Io ho tre figli piccoli, e quindi, se da un lato ho la prova che l’amore non si divide, bensì si moltiplica, dall’altro non mi sono ancora confrontata con grandi dolori, al massimo qualche piccolo screzio con un compagno di classe, eppure la sofferenza di un figlio, qualunque essa sia, è senza dubbio la più dolorosa che un genitore possa vivere, preferirebbe portarla su di sé che non lasciare che sia lui a viverla: pertanto la sola cosa che si possa fare è amarlo ancora di più, e cercare di proteggerlo. In merito al corpo, in particolare a quello femminile, è certo che si tratta di un luogo in cui viviamo e attraverso il quale ci mostriamo. Pertanto può diventare un luogo di sofferenza se sentiamo che non ci piace, e che ciò che per mezzo di esso mostriamo agli altri non è ciò che vorremmo comunicare. Non mi riferisco solo alla distonia dell’essere uomo in un corpo di donna o viceversa, ma anche, per esempio, alle gravi, dolorose e importanti sofferenze legate ai disturbi alimentari. È fondamentale che il corpo sia come tu lo vuoi, per apparire agli altri come desideri.

Il corpo è un luogo, hai detto, un luogo definito, delimitato, confinato: esattamente come la sala d’attesa della clinica in cui tu ambienti il romanzo. Perché questa scelta?

Perché mi serviva un luogo neutro, da cui guardare tutto: la protagonista, la madre di Eva, può affacciarsi verso la sala operatoria ma anche verso la loro vita, il loro passato, il loro presente, il loro futuro. In fondo è un’ambientazione ricorrente, si pensi, per esempio, a Paula

Il topos dell’attesa, della sospensione, del tempo, à la Bergson, come estensione e durata, ore che sembrano e rappresentano un’intera esistenza, l’immagine del capezzale, dello stare accanto a chi, nel sonno indotto dall’anestesia, perde coscienza, assumendo anche quella altrui su di sé, per trovare il modo giusto per andare avanti…

Esatto. Le otto ore dell’intervento sono quelle in cui si compie tutto, sono un limbo dilatato in cui avviene la trasformazione.

Il linguaggio della madre di Eva è talmente carico di amore, è così forte che a tratti sembra virare nell’odio, nella rabbia, nell’impotenza, nel senso di colpa perché la figlia che non ha chiesto di nascere e che ha fatto lei si sente sbagliata, nella disperazione perché non le può evitare il dolore. Però è una cosa impossibile…

È impossibile, è vero. Ma le madri ci provano sempre, fino all’ultimo. Quando un figlio confida loro un problema rispondono “Allora devo amarti di più”, per proteggerlo dal mondo che può essere crudele. Certo, le deviazioni esistono, come ovunque, ma credo davvero che l’amore di una madre sia il più grande e forte che esista. Quando per esempio la madre di Eva, una donna assolutamente borghese, che prova molto spesso un senso di pudore e vergogna, assiste a un’umiliazione terribile che la figlia subisce quando è alle scuole medie, si rende conto che deve mettere da parte quelli che possono essere i suoi timori e mettere al centro, davanti a tutto, il bene di sua figlia.

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