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“La Genovese”

lagenovese_cover.pngdi Gabriele Ottaviani

A casa sarebbe rimasto per qualche ora da solo. Mamma e papà erano già pronti per andare alla sezione del partito monarchico, l’unico luogo pubblico del paese che aveva la televisione, a vedere la puntata de Il musichiere. Mario Riva avrebbe suonato la campanella, sorriso e annunciato ad alta voce: «Il Musichiereee», un cenno del maestro Gorni Kramer e l’orchestra avrebbe intonato «Domenica è sempre domenica, si sveglia la città con le campane. Al primo din don del Gianicolo Sant’Angelo risponde din don dan…» La gente che si era portata le sedie da casa e che manco sapeva dove cazzo stavano il Gianicolo e le campane sarebbe stata felice e lui, Frank, finalmente solo. Aprì la cartella con l’emozione dell’esploratore che ha trovato il tesoro. Una pagina ingiallita di un settimanale, «L’Europeo», con la data 16 luglio 1950, e la foto di un uomo in canottiera e pantaloni militari, lo sguardo triste e duro e la sigaretta tra le labbra. Era Salvatore Giuliano, il bandito siciliano. Titolo grande: “Un segreto sulla fine di Giuliano”. Sottotitolo, scritto appena più piccolo: “Di sicuro c’è solo che è morto”. La firma: Tommaso Besozzi. Un altro articolo, ritagliato con sapienza da sarto, parlava di una cosa accaduta anni prima, alla fine della guerra, in una città che conosceva, Benevento. C’era stato, lo aveva portato col treno il padre a trovare un suo vecchio compare. L’articolo parlava dei gualani, i bambini figli di quei poveri che non avevano neppure un tozzo di pane da dividere venduti come schiavi. Lesse: «…i compratori di schiavi esaminavano la dentatura, le gambe, il petto del gualano, e se le sue mani fossero ancora troppo tenere e non munite di robusti calli…» La firma: Corrado Alvaro. Un articolo più recente lo aveva scritto uno che si chiamava Giorgio Bocca…

La Genovese – Una storia d’amore e di rabbia, Enrico Fierro, Aliberti. Cipolle, carne, carote, sedano, vino, olio e via discorrendo: sono gli ingredienti della genovese. Il cui profumo inconfondibile, che fa venire l’acquolina in bocca, e va di pari passo con il succulento sapore che impregna, con aura quasi mistica, nell’immaginario collettivo comune tutte le leccornie che appartengono alla tradizione e quindi riassumono in sé molti significati anche non immediati, che afferiscono all’idea stessa di casa, piacere e famiglia, delizia tutti gli appassionati. Come Frank. Che, anche se si chiama così, è italiano. Meridionale. È un giornalista. Ma si trova male nella realtà tentacolare di oggi. Sono altri i suoi valori, non sono rispecchiati dai personaggi macchiettistici e caricaturali che rappresentano la squallida corte dei miracoli che gravita intorno all’ufficio della sua “direttora”, anima di salotti e intrallazzi: a lui i vincenti non interessano, interessano quelli che i presunti furbi chiamano stolti e perdenti, persone vere con dignità. Evocando la tradizione, Fierro dà vita a un affresco scintillante e ammaliante. Da non perdere.

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2 risposte a "“La Genovese”"

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