cultura

In memoriam…

downloaddi Giuseppe Mario Tripodi, tratto da Ritratti in piedi, in memoria di Rosario Villari, storico e politico italiano scomparso l’altro ieri a Cetona all’età di novantadue anni, docente di storia moderna a Roma, Messina e Firenze ed ex parlamentare del Partito Comunista Italiano, autore di un celeberrimo manuale per studenti liceali nonché fratello di Lucio Villari, anch’egli storico.

A memoria

 

Nell’autunno del 1967 l’autore di queste note, fresco di maturità conseguita al Liceo ‘Tommaso Campanella’ ma già da alcuni anni frequentatore assiduo della federazione comunista di Reggio Calabria che si trovava a metà strada tra la sede della scuola e il castello Aragonese, si iscriveva alla facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Messina.

Nel rigido curriculum ancora non riformato, la liberalizzazione dei piani di studi sarebbe venuta qualche anno dopo in forza delle ormai arcinote agitazioni studentesche, era previsto un esame biennale di Storia moderna.

La cattedra era prestigiosa, all’inizio di secolo l’aveva tenuta Gaetano Salvemini che nel terremoto del 1908 ebbe distrutta la famiglia, e il titolare era Rosario Villari; il suo paese d’origine, Bagnara sulla costa tirrenica accostata alla più nota e celebrata Scilla, era famoso per l’indolenza degli uomini e per la bellezza delle donne che, alte e robuste e dal volto olivastro contornato da lunghi crini neri raccolti a tuppo dietro la nuca, quotidianamente attraversavano lo stretto recando a Messina mercanzie di diverso genere e riportando sulla terra ferma pesate di sale fino che favorivano modesti sinallagmi con i quali si sforzavano di mandare avanti la famiglia. La mercanzia veniva disposta in sacchi di juta, dentro ceste capienti rette in equilibrio sulla testa con l’ausilio di una corona di stoffa, o anche attorno ai fianchi altrettanto capienti delle trasportatrici, coperti da gonne rigonfie e ricadenti fino ai piedi (‘a campana’).

I finanzieri che dovevano difendere il monopolio statale al porto di Villa San Giovanni erano non disinteressatamente compiacenti e disattenti; sicché, ad ogni attracco dei traghetti che facevano la spola tra le due sponde dello stretto, le bagnarote, oberate dai loro amari carichi, sciamavano dalla nave ai binari della stazione e, dopo aver pagato talvolta calibrate imposte affettive ai tutori dell’ordine, rimontavano sui treni che risalivano la costa tirrenica.

Rosario Villari veniva da una famiglia di ferrovieri. Aveva un fratello, Lucio, che sarebbe diventato anche lui storico di vaglia ed un altro che era funzionario delle FFSS un cui figlio, Marcello, era nostro coetaneo e sarebbe stato giornalista prima della carta stampata (Rinascita e L’Unità) ed alfine corrispondente televisivo dall’Unione Sovietica nell’età gorbacioviana.

I Villari erano allora tutti comunisti e, in terra calabra, erano considerati l’orgoglio del partito: soprattutto Rosario che era il più grande e veniva familiarmente identificato con un diminutivo onomastico, Sascia, che aveva a che fare con la lingua della patria del socialismo e che egli aveva usato come nom de plume nei suoi giovanili tentativi letterari.

Presentando l’autobiografia di un dirigente comunista reggino di recente scomparso Villari ha vergato alcune scarne informazioni che datano con certezza l’inizio del suo impegno culturale e politico.

Ma perché quelle condizioni estreme di miseria e di emarginazione, di cui nella nostra infanzia ed adolescenza avevamo fatto esperienza ed alle quali eravamo in un certo senso abituati, sono diventate per molti di noi ad un certo punto così importanti da determinare le nostre scelte di impegno civile, politico e culturale? Perché quella realtà si presentò ai nostri occhi urgente e preminente, da affrontare nel quadro dei problemi generali che più o meno confusamente si affacciarono nella nostra mente quando cominciammo a ragionare sulle prospettive  e le esigenze del nostro paese e sulla sua collocazione nel resto del mondo? … ma non fu la lettura dei libri o la conoscenza storica a farci considerare in modo nuovo quella realtà. … Furono le conseguenze della guerra sempre più disastrose e devastanti a creare nella “perduta gente” la coscienza della insostenibilità delle ingiustizie di cui erano vittime ed in molti di noi, ancora studenti liceali, una nuova attenzione alla realtà sociale ed umana che ci stava attorno, una iniziale visione della dimensione nazionale dell’anomalia dentro la quale eravamo vissuti. (prefazione a Tommaso Rossi 2005, pp.7-8).

Sarebbero poi venuti gli studi universitari a Napoli, la redazione assieme a Gerardo Chiaromonte di CRONACHE MERIDIONALI di cui erano direttori Giorgio Amendola e Mario Alicata, i saggi sulle condizioni del mondo rurale dal Seicento in avanti poi confluiti in Mezzogiorno e contadini dell’età moderna (1961), la  fortunata antologia sulla questione meridionale Il Sud nella storia d’Italia (1961) e la cattedra a Messina.

Nell’anno accademico 1967-1968 Villari teneva un corso monografico sul seicento napoletano che prendeva le mosse da La rivolta antispagnola a Napoli (Le origini) (1585-1647) appena uscita nella collana BCM dell’editore Laterza. Gli allievi che avevano iniziato la lettura con in mente I dieci giorni che sconvolsero il mondo di John Reed furono costretti a ricredersi: si trattava di un testo che poco concedeva alla retorica, molto misurate erano anche le pagine dedicate al banditismo rispetto alla brillantezza di un testo indicato come complemento di lettura, I ribelli di Hobsbawn uscito nel 1966 presso Einaudi, sul quale ci eravamo tuffati per compensare l’asettica prosa villariana (l’altro libro che avevamo scelto tra le letture  consigliate, Eretici Italiani nel Cinquecento di Delio Cantimori, presentava anch’esso le sue difficoltà), con ampi capitoli sulla crisi finanziaria e sull’articolazione delle classi sociali e della nobiltà in particolare, che concedeva un po’ di ristoro solo nelle appendici (interessanti contratti agrari, petizioni al papa, verbali del Parlamento del 1639 etc.).

Villari, longilineo ed elegante e volte senza cravatta come appare in alcune  foto che corredano le quarte di copertina dei suoi volumi apparsi nella collana ‘Universale Laterza’, faceva lezione nell’aula più grande della facoltà, sempre gremita di studenti. Lo accompagnavano, sedendosi in prima fila ed ascoltando anche loro, gli ‘assistenti’: uno era figlio di un generale dell’esercito che aveva fornito le armi alla Resistenza romana, un altro era un maturo rampollo di una famiglia baronale reggina che aveva avuto un nonno socialista a cavallo tra Otto e Novecento e che, disinteressandosi ormai dei possedimenti familiari, si dedicava per puro diletto agli studi storici, e un terzo veniva dal Vibonese; questi, a parte le buone ricerche storiche e antropologiche cui si sarebbe dedicato, fu poi senatore del PDS nel volgere del secolo scorso e molto si impegnò a preservare la massoneria storica, di cui evidentemente faceva parte, dalle deviazioni ‘ndranghetistiche e golpiste che l’avevano, specialmente in Calabria, piagata fino a snaturarne le costituzioni originarie.

I fascisti, provenienti per lo più da giurisprudenza, arrivavano spesso a disturbare le lezioni e toccava a quelli di lettere presidiare l’aula e l’istituto anche dopo che le incursioni erano finite. Talvolta il professore si concedeva una passeggiata e offriva agli studenti più assidui l’aperitivo al Select, il bar più chic di Messina che aveva le vetrine all’angolo dell’incrocio tra la Tommaso Cannizzaro e via Cesare Battisti. Il decorso del tempo non ci permette di ricordare se Villari fosse tra i promotori di una iniziativa di solidarietà con Panagulis e con l’antifascismo greco (sul palco c’erano di sicuro il Temistocle Martines, Gaetano Cingari e Giovanni Crupi) che si tenne al ridotto del Teatro Vittorio Emanuele nel gennaio del 1968 e che venne attaccata con veemenza dagli squadristi messinesi. Gli assalitori vennero ricacciati con altrettanta determinazione e il loro proposito di entrare nella sala della conferenza fu bloccato all’ingresso. Tra coloro che avevano rintuzzato vittoriosamente  quell’assalto c’era un gruppo di giovani socialisti di cui facevano parte  Leonardo Pangallo, Nino Toscano, Nik Labozzetta (rappresentante dell’UGI all’ORUM) e Santo Versace, poi cofondatore assieme al fratello Gianni di uno dei più famosi brand della moda italiana e ultimamente, ahimè, deputato sia pure inquieto di un gruppo politico lontanissimo dagli ideali di quel periodo.

A partire dall’anno accademico 1968-69 Villari si trasferì a Firenze, anche lì ad occupare la cattedra che era stata di Salvemini e a integrare il suo insegnamento accademico con l’impegno culturale e politico nel PCI: la direzione della rivista Studi Storici, l’istituto Gramsci di Firenze con il convegno del 9-11 dicembre 1977 a Palazzo Vecchio (atti Politica e storia in Gramsci, Roma, Ed. Riuniti 1979, con relatori principali Nicola Badaloni, Valentino Gerratana, Alberto Caracciolo e un intirizzito Hobsbawm infagottato in una giacca a vento da marine), il convegno barese su Togliatti e il Mezzogiorno ai primi di novembre 1975 (i tempi della proscrizione del capo del Pci erano ancora lontani, massimamente dentro il partito): Villari vi tenne una ampia relazione su La rottura del blocco agrario (testo in Archivio sardo del movimento operaio contadino e autonomistico, n. 45, dicembre 1975, pp. 7-42) che, molto realisticamente, prospettava il superamento degli equilibri politici e sociali del Mezzogiorno, fino ad allora basati sull’emigrazione di masse contadine nel nord della penisola ed anche oltre confine, a mezzo di una nuova aggregazione di forze sociali, un nuovo blocco democratico che riesca a far fronte anche a questo aspetto della crisi italiana ed a superarlo, ha bisogno, per affermarsi di un forte cemento ideale che renda esplicita e consapevole la convergenza delle aspirazioni dei grandi settori della classe lavoratrice, dei tecnici, degli intellettuali, dei giovani, dei ceti produttivi ( p.42).

Nella primavera dell’anno successivo Villari sarebbe stato il capolista del Pci alle elezioni per la Camera dei deputati nel collegio della Calabria; quindi l’esperienza parlamentare in uno dei periodi più laceranti della storia repubblicana, la conclusione dell’insegnamento a La Sapienza di Roma e, ormai da diversi lustri, l’appartata retraite a Cetona, in terra etrusca.

 

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Una risposta a "In memoriam…"

  1. Giustiniano Rossi ha detto:

    Ero un ragazzino ed abitato all’isolato 115 di Via Vittorio Veneto, a Reggio. “Sascia” frequentava Maja De Giovannis. In casa, dicevano che i Villari erano tutti comunisti…

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