dialettologia, le parole della domenica

Boia cu molla – 2

download.jpgdi Giuseppe Mario Tripodi

«Brusciàmuli sti cani malati!»

Il popolo del ‘Boia cu molla’ voleva brusciari la federazione comunista anche se ‘u capicollu’, rectius ‘u capulocu’, a Catanzaro nci l’era datu u cuvernu ch’era fattu di democristiani, ‘socialisteddhi d’u cori i Gesu’, scassacazziani, cioè socialdemocratici saragattiani, e carchi repubblicanu.

A L’Aquila, A-cu-la cruci, nci l’eranu brusciata a federazioni.

Ma a Riggiu i comunisti, figghi di gran buttana, non mollavanu mancu iddhi. Rinserrati a via Castello n. 4, trasìvanu e nescìvanu in continuazioni.

Non si sapiva si nc’eranu deci crischiani o dui, vinti o centu.

Dormivanu puru ddhà intra. Pot’essiri chi nc’era puru carchi malandrinazzu latitanti.

Na vota i migni, cioè i carabinieri, ne avevano arrestato uno che dormiva dentro una sezione comunista!

Venivanu puru i fora Riggiu mi fannu a guardia a Via Castellu n. 4. Forsi èranu armati.

Tra tanti pacci voliti chi non c’era carcunu c’a tuffa.

  • Ndavimu a stari accorti no mi succedi carchi patatrac! –raccomandavano i più prudenti della città impazzita.
  • O jàmu c’u bazzuka e u lanciafiamme e i mmazzamu a tutti o, sinnò, ajmu a iri ch’i peri i chiumbu!

I Boia-cu-molla, insomma, stavano accorti.

Non sapivanu chi pisci pigghiari.

Ma puru i cumpagni non s’a passavanu megghiu!

I boiachimollisti ogni tantu armavanu ravogghia: si riunivano ‘o Casteddhu, o arret’o muru ru liceu all’iniziu ra strata chi finiva propiu ravanti a federazioni: parravanu ntra iddhi, guardavano, ogni tantu jettàvanu ddu buci o sparavanu na bumbetta.

Gli assediati avevano le sentinelle davanti al portone; bastava che il rigghiòcculu d’i boiacumolla facesse qualche movimento sospetto che subito lanciavano allarmi che spesso si rivelavano eccessivi.

Come avveniva dappertutto anche in tempo di pace, erano divisi per correnti: amendoliani, pajettiani, ingraiani.

Tutti spaccavano il prospero nei comitati federali e, tutti, oltre che contro il nemico, erano l’un contro l’altro armati.

Ma ora non si poteva coglionare come nella riunioni; ci voleva qualcuno che assumesse le direzioni delle operazioni belliche:

La scelta cadde su un compagno cinquantenne che da lungo tempo reggeva la cassa del partito nella provincia ed era funzionario retribuito, male ma retribuito, nonché amendoliano.

Lo chiamavano ‘u Capurali’ perché quando c’erano lotte, all’Omeca, tra  i braccianti, tra le gelsominaie, non si tirava mai indietro e se la polizia esagerava sapeva organizzare anche il contrattacco.

Una volta a San Gregorio, la polizia difendeva una fabbrica di trasformazione degli agrumi, aveva condotto gli operai su una collinetta da dove, all’accenno di carica, avevano sfabbricato un muro a secco e ai migni li avevano fatti ritirare a botte di mazzacani, che erano sassi pesanti ognuno una mezza chilata.

E dopo, la sassaiola aveva fatto retrocedere la Celere arrivata apposta da Vibo, il prode Capurali aveva guidato il ripiegamento del manipolo di braccianti attraverso i bergamotteti riportandoli, dopo una marcia lunga due ore e più attraverso gli agrumeti di Arangea, Cannavò e Spiritu Ssantu , alla federazione comunista per tenere un’assemblea.

Dunque di fronte al pericolo si fece una riunione per decidere chi dovesse guidare la resistenza al nemico.

Oltre al Capurali si candidò, per via delle posizioni barricadere che la sua corrente aveva dentro il partito, un colto sostenitore di Pietro Ingrao: era o non era l’avanguardia più adatta a dirigere la resistenza a quel terribile assedio?

Alla fine il comando dello Stato Maggiore, ma l’ingraiano se la segnò a dito opponendo una sorda resistenza ad ogni disposizione dell’incaricato, fu affidato, çavasensdir, per meriti acquisiti e per disciplina consolidata, ‘o Capurali.

Una mattina agostana, non si respirava per il caldo, un nutrito gruppo di Boiacumolla, l’afa doveva averli eccitati più del solito, si adunarono dietro al muro del ‘Campanella’.

Erano più rumorosi del solito, gridavano e cantavano ‘Faccetta nera’ a tutto spiano, suonavano con uno scordatissimo trombone una carica che non decollava, inveivano contro i comunisti canimalati.

I difensori presenti nel fortino Castello si allertarono e allertarono;  scesero a dare manforte alcuni difensori della Camera del Lavoro, non tutti perché non volevano sguarnire quell’altro santuario odiato e ancora inviolato.

Il Capurali aveva disposto due squadre di dieci persone, muratori e forestali armate di marruggi di piccone, all’ingresso e a metà delle  scale; un’altra ancora, formata da braccianti della Piana,  era sistemata dentro i locali minacciati, pronta ad intervenire in soccorso dei due presidi più esposti ove questi si fossero trovati in condizione di soccombenza.

Fuori dalla porta si erano schierati un gruppo di comunistacci poco allenati all’uso delle clava: studenti, professori, alcuni professionisti, qualche funzionario.

Persone che facevano numero ma che, in caso di pugna, dovevano lasciare il posto agli opliti del lavoro e, eventualmente, aggredire alle spalle il nemico ove fosse penetrato nel sacro recinto.

 E lui, il Capurali in persona, anziché dormire sogni tranquilli come aveva fatto il principe di Condé dopo aver disposto le armate alla vigilia della battaglia di Rocroi, si era messo in mezzo alla marmaglia esterna, in faccia al nemico e ciancicando nervosamente una punta di trincetto che fuoriusciva dal taschino della sua giacca e che avrebbe dovuto ‘singare nt’o bonu’ i primi boiachimolla che gli fossero capitati a tiro.

  • VENITI CURNUTI! – gridava per farsi sentire dal nemico e per rincuorare gli altri assediati – Veniti, chi v’u tagghiu u coddhuzzu!

Attorno a lui andavano e venivano una dozzina di manincalliti proletari che avrebbero dovuto supportarlo contro le eventuali  prime linee dei contrapposti ‘ruttanculi’.

Tutto sembrava andare per il meglio quando, nel campo degli assediati, si materializzò ‘Ate tremenda di Saturno figlia’.

L’ingraiano, che aveva ceduto al Capurali nella corsa per il Comando dell’VIII Armata e che ora soggiornava all’esterno tra quelli che dovevano fare solo numero, cominciò a dire che bisognava chiudere il portone e organizzare la resistenza appena dietro.

  • Fatti i cazzi tuoi! – tuonò il Capurali – Sinnò vatindi p’a casa!
  • Pirchì m’aju a fari i cazzi mei? – interrogò l’escluso che evidentemente voleva interporre qualcosa, nello specifico le robuste ante del grosso portone, tra il suo corpo e i manganelli degli assalitori.

E cercò di convincere anche gli altri circostanti disarmati delle loro comuni ragioni.

  • Fatevi i cazzi vostri c’u portuni av’a restari apertu! – urlò lo stratega ad una sottocommissione dei disarmati che cercavano di rappresentare collettivamente le ragioni proprie individuate con sagacia dall’ingraiano, – e sinnò itavìndi tutti p’a casa, chi ora nci scassastevu u cazzu!
  • Pirchì av’a restari apertu u purtuni? – interrogò un altro dei dissidenti.
  • Pirchì sinnò si pensanu chi ndi cacàmu sutta e si ncarognìscimu cchiù assai.
  • E poi, si si nvicinanu troppu, basta na buttigghia i benzina e bruscianu tuttu.
  • E nui facimu a fini d’i surici nta suricara!
  • E ndi fannu murziddha a tutti!
  • Nui non l’aìmu a fari partiri!
  • E si partunu, l’aìmu a firmari prima mi tràsinu intra
  • Pirciò iti e curcativi, c’u vostru è sonnu! – soggiunse ultimativo lo startega.

Nella corrente favorevole alla chiusura militavano i più pusillanimi  difensori che, incuranti del vantaggio strategico oltre che psicologico che la ritirata al primo piano avrebbe dato agli avversari, intendevano solo ritardare di qualche tempo, poco o grande che fosse, l’impatto con qualche nerocamiciato ceffone.

La dialettica disputazione si avviò alla soluzione quando uno dei sostenitori della ritirata strategica, leninisticamente un passo indietro per farne poi due avanti, aveva sciolto una delle robuste ante del portone dal fermaglio che la teneva attaccata al muro ed aveva cominciato a chiuderla.

Il Caporale l’aveva fronteggiato intimandogli di fermarsi e, dopo qualche schermaglia, gli aveva rifilato una testata in faccia facendolo ruzzolare per terra.

Poi, come il grande capo Abraracourcix davanti alla palizzata del villaggio armoricano, si era schierato con gli altri della sua opinione davanti al portone della federazione, e i dissenzienti, come capitava a tutti i dissidenti dentro i partiti comunisti, si erano dovuti accodare secondo le regole del centralismo democratico.

I fascisti accennarono a qualche sortita.

Mandavanu avanti i figghiolazzi pe’ tastari u puzzu, i capuzzuni restavanu arretu pi vidiri chi succedi, ma le truppe scelte ripiegarono sotto il marruggiu dei difensori e senza che il Capurali mettesse mano al trincetto.

Sicché quel manipolo di coraggiosi, imbeceriti per il capicollo perduto, dopo due cariche sfortunate avevano dovuto ripiegare,  con le fila sparpagliate da diverse ferite lacero contuse.

E il tempio rimase integro ancora una  volta…

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