Intervista, Libri

Emilio Ortiz: “Scrivo perché ne ho bisogno”

51HnN4oYorL._SX330_BO1,204,203,200_di Gabriele Ottaviani

È alto e robusto, e dà subito l’impressione di essere una persona buona, seria, simpatica e affidabile: arriva accompagnato dalla bellissima moglie, dalla sua interprete e da Spock, il suo cane guida, un golden retriever di nove anni che non è quello ritratto – un disegno di Kendra Goering, belga – sulla copertina del suo bellissimo e commovente libro, Attraverso i miei piccoli occhi (Salani). Nella splendida cornice dell’albergo Santa Chiara di Roma ci parla di letteratura, politica e non solo: è un enorme piacere intervistare Emilio Ortiz.

Leggendo il suo romanzo mi ha colpito molto il fatto che i titoli dei capitoli derivino da canzoni, citazioni, libri, film: come mai?

Mi fa piacere che se ne sia accorto. Abbiamo un’agenda molto fitta di interviste, e non è la prima volta che questa domanda mi viene fatta. Ma solo in Italia. In Spagna sono tanti i lettori, ma pochi i giornalisti che se ne sono accorti, mentre qui da voi molti di più. Evidentemente il vostro livello culturale e di conoscenza è più alto. Mi fa piacere, soprattutto perché si tratta di elementi tipici della cultura spagnola. È un gioco: molte delle canzoni fanno parte della mia infanzia, della mia adolescenza, sono pezzi che sento adesso, che piacciono a me o che piacciono per esempio a mia sorella (ma non dirò chi è il cantante che non amo, non vorrei si offendesse…), brani che hanno per me un significato particolare. Di solito scrivo un capitolo e poi, una volta finito, per dargli il titolo mi rifaccio alla prima opera che mi viene in mente e che si lega per tema all’argomento che ho trattato. Cinco horas con Mario di Miguel Delibes, un grande scrittore che ora i giovani purtroppo in genere conoscono poco, mi ha ispirato per il capitolo Diez años con Mario, che è il tempo che lui e Cross, il cane protagonista del romanzo passano insieme, ma un altro riferimento è il canto patriottico dei guerriglieri durante la guerra civile spagnola per la libertà e la repubblica (che purtroppo in Spagna non abbiamo…) Si me quieres escribir.

In realtà penso che probabilmente molti colleghi spagnoli non abbiano colto le citazioni perché per loro sono talmente connaturate al tessuto della loro quotidianità che non le percepiscono più tali, bensì come elementi del lessico comune, e poi c’è da dire che noi italiani siamo avvantaggiati perché nella nostra edizione per ogni capitolo è indicata in nota l’origine del titolo.

Beh, allora diciamo che il merito è condiviso, ma comunque c’è!

Uno dei capitoli trae il titolo da un passaggio del Don Chisciotte, che per noi è il simbolo di chi combatte contro l’impossibile: quali sono le cose impossibili per cui vale la pena di lottare?

Don Chisciotte per me è un simbolo, è un romanzo che io amo molto come tutto Cervantes, che ammiro immensamente e fa parte di me, e molti critici mi hanno detto che nel mio libro si vede sia un po’ di lui che anche un po’ del Piccolo principe, altra opera per me fondamentale: non l’ho fatto apposta, mi è venuto spontaneo, dal cuore. Il capitolo in questione è quello in cui Mario incontra Cross, gli parla e gli dice che sarà il suo scudiero, il suo Sancho Panza, come per Don Chisciotte. E Cross per tutta risposta si chiede chi sia questo Don Chisciotte e quando lo incontrerà… Io penso che in tutti gli spagnoli ci sia un po’ di Don Chisciotte e un po’ di Sancho Panza, quello che cambia magari sono le percentuali, e nel mio romanzo vuole esserci il richiamo alla figura del cavaliere. Le epoche non sono affatto paragonabili, ma se ci fosse oggi un Don Chisciotte solleverebbe la nostra sete di giustizia, sentimento che abbiamo un po’ messo da parte. L’uomo ha da sempre messo in piedi sistemi politici, religiosi, sociali destinati al fallimento, pensiamo al comunismo, al socialismo, alla socialdemocrazia, al capitalismo, al liberismo: la base però devono essere sempre i diritti, il rispetto. Il rispetto per i diritti sociali, umani, il rispetto per i diritti di ogni specie che abita la terra.

Lei ha citato Il piccolo principe: lì si dice che i riti e le abitudini sono importanti, perché creano i legami. Quanto c’è di verità in questo? E qual è il legame fra Mario e Cross e lei e Spock, al di là delle necessità contingenti?

È verissimo, i legami si basano sui riti e sulle abitudini, che li rafforzano. Ma è vero per qualunque relazione sociale, tra uomo e uomo, tra uomo e cane, ancor di più tra uomo e cane guida. Certo, il rapporto tra il piccolo principe e il visitatore è molto più effimero, io ho la fortuna di essere un visitatore che starà molto più a lungo accanto a Spock nel corso della sua vita. Non si tratta di semplice fraternità, gli esperti parlano di unità funzionale, ma non ci si può riferire solo all’aspetto del “lavoro”. Spock sta con me quando mi accompagna a scuola a prendere mia figlia, quando vado in farmacia, a comprare il pane, ventiquattro ore su ventiquattro, sa come sto e io so come sta lui. So che ora è nervoso, ma è anche contento. Sa quando sto con gli amici, sa quando sono al telefono, e ne approfitta per fare qualche marachella (se sto apparecchiando, di sicuro mi ruberà un pezzo di pane dal tavolo)…

Il suo libro parla a vario titolo di amore, fiducia e fedeltà: cosa sono queste cose per lei?

Tutto. Sono i pilastri. Le forme d’amore sono diverse: c’è chi ama la natura, chi i propri cari, chi Dio. La fonte dell’amore però è una sola, e bisognerebbe ricordarsi che è questa che dovrebbe muovere il mondo, non l’ego o l’invidia. Non uccidono le pallottole, ma l’invidia: mi piace moltissimo questo detto messicano, lo trovo molto vero. La vita va vissuta con amore. E con umorismo.

L’assistenza in Spagna per le persone con disabilità funziona? Spesso in Italia ci si trova di fronte a enormi difficoltà.

Certamente stiamo meglio di trent’anni fa, ci sono molte leggi, la tecnologia è andata molto avanti (certo sarebbe meglio se fosse ancora più sviluppata): io stesso ho uno smartphone che mi consente di ascoltare, scrivere, leggere. Certo, quando manca uno dei sensi o non si hanno gli arti ci sono dei problemi oggettivi, se non altro di mobilità, ma oggi non dovrebbero essere più così invalidanti. Io non vedo, ma ci sono tante persone che pur avendo tutti i sensi hanno paura di vivere. Per questo dico che i nostri in fondo sono piccoli problemi, ma vengono centuplicati nel momento in cui la società non capisce che noi viviamo nel mondo come tutti gli altri, né più né meno. Emarginare le persone con disabilità, così come proteggerle troppo, farle sentire inutili, pagare loro una pensione di invalidità che poi magari spendono in alcol o in sostanze stupefacenti perché depresse, significa uccidere in vita questi individui, e non arrivare all’integrazione vera e completa. La società deve prendere coscienza di questo, deve aiutare le persone in difficoltà ma al tempo stesso esigere che ognuna di loro faccia la sua parte, perché ognuna di loro ha qualcosa da dare.

È la paura che abbiamo tutti noi che amiamo gli animali: la loro vita è più corta della nostra. Come ci si prepara?

Magari fossero eterni! Io ci penso ogni giorno a quando Spock non ci sarà più. Ma è la natura, vuol dire che è giusto così. Lo sappiamo fin dall’inizio. L’unica cosa che possiamo fare è rendere la loro vita la migliore possibile per tutto il tempo che ci è concesso di stare insieme, dando loro tutto ciò di cui hanno bisogno, un biscottino ogni tanto, non troppo spesso perché altrimenti la loro salute ne risentirebbe, e soprattutto tutto l’amore.

Perché scrive? Cos’è per lei la letteratura?

Scrivo perché ne ho bisogno, è un antidepressivo economico, una terapia psichiatrica gratis. La letteratura è tutto, è come aprire una porta su una strada in cui ci si tuffa, è uscire nel mondo, è dire verità assolute attraverso una menzogna, è realtà e immaginazione. C’è scritto nel Pendolo di Foucault di Eco: se tutti noi autori fossimo anonimi potremmo correre il rischio di sentirci Dio. E in effetti è vero, perché quando passi davanti a una libreria e c’è qualcuno con in mano il tuo libro sai che quella è la tua creatura. Espido Freire dice che quando la tua musa appare devi scrivere ma quando non appare devi scrivere lo stesso, come qualunque altra persona che compie il suo mestiere: è proprio così. È una necessità.

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