Intervista, venezia 74

Giorgio Ferrero: “Noi, tossici di oggetti”

beautiful-thingsdi Gabriele Ottaviani

Convenzionali ha il grande piacere di intervistare Giorgio Ferrero, regista di Beautiful things, in rassegna a Venezia.

Da dove è nata l’idea per questo film?

Nel 2012 abbiamo iniziato un progetto multidisciplinare chiamato ‘Film di confine’, si tratta di una esplorazione dei luoghi e delle persone al confine della società che sono fondamentali per l’esistenza dei meccanismi della nostra vita quotidiana. Abbiamo realizzato un primo cortometraggio ‘Riverbero’ che raccontava in modo evocativo l’esistenza di luoghi di ricerca necessari alla messa in commercio degli oggetti della vita di tutti i giorni. Noi siamo i primi ad essere bulimici e tossici di oggetti, persi nel rumore di giornate frenetiche, affamati di adrenalina urbana. Volevamo fermarci a respirare, perderci verso una via d’uscita. Riflettere sulle nostre giornate e rimetterci in discussione ripartendo dal perimetro estremo del ciclo della vita degli oggetti che tanto amiamo ma che tanto ci soffocano.

Che ruolo hanno gli oggetti nella nostra società?

Gli oggetti sono talmente importanti da diventare loro stessi i portatori della nostra identità. Gli oggetti sono bellissimi, ci rendono la vita piena e palpitante, ma allo stesso tempo consumano l’introspezione, sono il vettore più semplice per evitare di guardarci allo specchio. Gli oggetti sono qui ed ora come l’eroina. Non conta quello che sarà domani.

Il rumore che essi producono è bellissimo, è energia fisica che ogni giorno ci spinge e ci fa correre sempre più forte, ma riuscire, ogni tanto, a convivere con il silenzio assoluto è qualche cosa di incredibile, e farlo dopo aver ballato musica techno fino a perdere i sensi è un’esperienza in grado di cambiarci la vita. Questa è la terapia che abbiamo cercato di seguire per migliorare la nostra vita.

Che valore viene attribuito dalla politica secondo lei al lavoro?

I nostri personaggi amano profondamente il proprio lavoro perché in esso ripongono un valore assoluto, un senso di protezione nel caso di Van, una speranza per Danilo, una passione totalizzante per Andrea e un senso di catarsi per Vito. Nel nostro film  il lavoro è sintetizzato nella sua espressione più alta, l’altruismo. Questi uomini lavorano nel silenzio e nella solitudine per noi. La politica dovrebbe essere per antonomasia il simbolo dell’altruismo, il lavoro per gli altri prima di tutto. Purtroppo spesso questa equazione non è risolta e sembra che si sia perso l’entusiasmo per cercarne una soluzione.

 

Qual è il messaggio della sua pellicola?

Questo film è un invito a perdersi nella bellezza di luoghi sconosciuti, è un inno agli uomini che nella loro solitudine e nel silenzio permettono agli altri di vivere comodamente la propria vita, è un inno agli oggetti intesi come qualche cosa di incredibile che l’uomo è stato in grado di creare ma allo stesso tempo è un invito a considerarli come estremamente preziosi e unici e a rispettarli come qualcosa di assoluto e anche di estremamente pericoloso.

La nostra pellicola non intende documentare o polemizzare, la nostra intenzione è quella di emozionare rimettendoci in relazione con il nostro habitat, il modo migliore per iniziare a pensare alla nostra presenza nel mondo.

Qual è il danno più grave che il consumismo ha provocato e provoca al giorno d’oggi?

La mia generazione è quella che ha subito maggiormente l’accelerazione del consumismo, l’assuefazione a uno stile di vita accumulativo che porta alla compressione, all’assenza di ossigeno. Con questo  film abbiamo pensato di guardarci intorno e riflettere, di mettere in discussione i pilastri della nostra stessa esistenza, l’assenza di introspezione e di autoanalisi forse è il rischio più grande. Alzare gli occhi e guardarsi intorno è qualche cosa di meraviglioso e allo stesso di spaventoso. Tenere la testa sotto a una copertina di giocattoli forse è più facile e ci fa sentire meno responsabili delle cose che accadono fuori dalla finestra. Le cose belle hanno un valore immenso e riuscire a goderne a pieno rispettandole è la cosa più difficile nella società in cui viviamo. La distrazione. Forse direi la distrazione se dovessi trovare una parola per rispondere alla sua domanda.

Perché tendiamo ad accumulare cose che spesso non hanno un reale valore?

Spesso tendiamo a proiettare le nostre ansie, le nostre gioie, le nostre speranze negli oggetti, è il modo più semplice per allontanarle dalla nostra testa. Le nostre case sono templi pieni di angoli votivi che ogni giorno adoriamo, riponiamo in essi tutte le nostre speranze. Oggi è più importante la fotografia memorizzata del momento stesso e quasi sempre la fotogenia degli oggetti che sono intorno a noi durante gli autoscatti della nostra vita sono soggetti a più attenzione di quella che offriamo a noi stessi.

Che importanza diamo alle cose? Definiscono forse la nostra identità? E quale, quella di individui o quella di consumatori? Nel suo film il profano appare rivestito quasi di un’aura sacra, liturgica, rituale…

Perché secondo lei anche ciò che è immateriale appare spesso mercificato?

Non vedo molta differenza tra sacralità materiale ed immateriale. Abbiamo bisogno di oggetti verso cui proiettare le nostre insicurezze. La liturgia dell’accumulo è il ritmo attraverso il quale scandiamo le nostre giornate, le liturgie sacre sono un’abitudine e un ciclo in cui riponiamo le nostre ansie.  Abbiamo bisogno di un tempio in cui rinchiuderci per trovare un equilibrio, un centro commerciale o una chiesa in questo senso sono molto simili. Pensiamo agli oggetti sacri, ai mausolei, ai tempi, al cammino di Santiago, ai santini di Padre Pio, ai rami d’ulivo, alla cera, alla pittura, alle tombe. Tutte le speranze in cui riponiamo le nostre ansie interiori sono piene di oggetti, solo che non ce ne rendiamo conto. Cerchiamo sicurezza spirituale e obiettivi da perseguire per rimanere in equilibrio. Un libro di fantascienza o una bibbia, come quella che ha sul comodino il nostro capomacchina Danilo, in questo senso non sono molto diversi, entrambi offrono un sonno e un sogno sereno. Netflix paradossalmente diventa la nostra Bibbia per dormire quando le ansie non ce lo permettono. Adesso sto estremizzando ma penso che in questo modo si possa capire meglio il mio punto di esperienza. Il senso di fascinazione che si può provare entrando all’interno della basilica di San Marco o all’interno della fossa dei rifiuti di un termovalorizzatore sono molto simili per quanto mi riguarda. In entrambi i casi provo un grande senso di ammirazione verso quello che l’uomo è in grado di produrre ma allo stesso tempo anche un grande senso di timore verso i meccanismi che l’uomo  è in grado di innescare senza poi saperli controllare. Ho paura della Chiesa così come ho paura di 180.000 tonnellate di rifiuti. Avere questo tipo di paura è sano perchè ci sa rendere critici, ma bisogna averla e rendersi conto che esiste.

Dal mio punto di vista i nostri quattro personaggi sono monaci inconsapevoli della nostra quotidianità e li stimo come tali.

Che ruolo rivestono nella contemporaneità i mezzi di comunicazione di massa?

La mia generazione è la prima ad essere cresciuta con la televisione e ad essersi emancipata attraverso internet e ad avere un professionalità basata sul mondo digitale. I mezzi di comunicazione sono meravigliosi e ci permettono di vivere una vita densa e ricca di informazioni, ma ancora una volta ne perdiamo il controllo e non siamo in grado di fermarci e di analizzare con occhio critico il loro meccanismo.

Ho lavorato tanto nel mondo della comunicazione conosco perfettamente i meccanismi emozionali di vendita. Non c’è nulla di male in questo ma la consapevolezza del sistema in cui viviamo deve essere il punto di partenza per migliorarlo.

 

Su cosa si fonda per lei l’immaginario collettivo: sugli oggetti o sugli individui?

Sugli oggetti e sugli individui che si contornano di oggetti.

Pensiamo ad un nostro mito. Un calciatore, un guerriero, un pilota, uno sportivo, un pittore, un musicista. Lo immaginiamo sempre con uno o più oggetti accanto che lo iconizzano. Tempo fa mi sono comprato un microfono solo perché lo vedevo sempre al fianco di Thon Yorke e ho pensato:”se lo usa sempre deve suonare veramente da Dio” e molte delle voci cantate del film le abbiamo registrate proprio con quel microfono. Vedo le persone e i loro oggetti come indissolubili in realtà.

Qual è l’aspetto più importante da tenere in considerazione nella realizzazione di un film?

La decisione. Decidere è la cosa più difficile durante lo sviluppo di un film e trovare l’equilibrio con se stessi per essere in grado di decidere sotto pressione è ancor più difficile. Un suono deve essere un po’ più alto o un po’ più basso? l’inquadratura è dal basso o dall’alto? questa scena è fondamentale o semplicemente vorremo lasciarla per i ricordi che porta al suo interno? Queste domande sono la prassi quando si realizza il film, e la ricerca della risposta perfetta nel momento perfetto può renderci pazzi ma anche molto felici quando poi sullo schermo ci emozioniamo.

Perché fa cinema?

Bella domanda. Amo la musica e in particolare la musica per le immagini. Amo la fotografia da sempre, amo la narrazione e la grafica. Il cinema è l’insieme di tutti questi mezzi espressivi e rappresenta la sfida creativa più spietata ma anche più appagante.

Il cinema mi è sempre sembrato l’esperimento artistico più complesso e all’età di 37 anni mi sono sentito di poterlo affrontare ho cercato di tenere in mente tutte le esperienze che avevo fatto in passato per attingere risposte ma è stato comunque un massacro mentale.

Quali sono i suoi prossimi progetti?

Beautiful Things è nato all’interno di un progetto multidisciplinare. Proseguire il progetto attraverso un concerto teatrale, un libro, una installazione fotografica è proprio la naturale evoluzione di questo progetto. Cercheremo di completare la nostra ricerca attraverso altri mezzi. Questo film ha cambiato anche un po’ la percezione che avevamo delle nostre vite obbligandoci e voltarci indietro e a guardarci nel profondo oggi. Ho le musiche di alcuni film in programma ma ancora nulla di sicuro. Per il momento torno nel nostro studio e cerco di riprendere in mano i progetti che sono rimasti indietro.

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