Cinema

“In dubious battle”

james-franco-in-dubious-battledi Gabriele Ottaviani

La California del millenovecentotrentatré è la terra dickensiana ma drammaticamente contemporanea, visto che la piaga del caporalato non è certo scomparsa, in cui pochi imprenditori fanno il bello e il cattivo tempo e la tanta povera gente che ha speso fino all’ultimo risparmio per arrivare fin lì da ogni parte degli Stati Uniti della Grande Depressione, dove una persona su quattro è senza lavoro, per mettersi a raccogliere mele nei frutteti si ritrova con condizioni igieniche a dir poco precarie, una paga molto inferiore a quella promessa, sotto il ricatto del bisogno e della fame e senza il benché minimo diritto. Ma ci sono degli attivisti che vogliono cambiare le cose, e organizzare degli scioperi. In dubious battle (il titolo è un riferimento a un brano addirittura del Paradiso perduto di Milton) di John Steinbeck (in italiano La battaglia, tradotto nientedimeno che da Eugenio Montale), premio Nobel per le sue scritture realistiche ed immaginative, unendo l’umore sensibile e la percezione sociale acuta (così recita la motivazione dell’accademia che glielo ha conferito cinquantacinque anni fa), è diventato un omonimo film – sottotitolato nel nostro paese, che con un doppiaggio enfatico che fa diventare il respiro epico, pur a tratti sopra le righe (non siamo dalle parti di Ken Loach, ahimè), tout court ridondante retorica, penalizzando la pellicola e accentuandone il punto debole, che sono proprio dialoghi e sceneggiatura del fido sodale del regista Matt Rager, che ha scritto cose migliori, con la locuzione Il coraggio degli ultimi -, in sala dal sette di settembre ma passato anche da Venezia, di e con James Franco, che si confronta di nuovo con quella che pare essere una delle sue passioni, ossia i classici della letteratura (ha detto che è stato l’avverarsi di un sogno portare questo libro sullo schermo, e la passione vibrante si vede tutta), e si conferma talentuoso, di multiforme ingegno e semplicemente perfetto quando c’è da incarnare un eroe smaliziato, scaltro, furbo, carismatico, suadente come un incantatore di serpenti, dal sorriso asimmetrico e gli occhi brillanti a cui è impossibile resistere. La fotografia è bellissima, la ricostruzione d’epoca molto buona, la storia potente e importante, dal punto di vista etico, morale, civile, sociale, politico, le musiche coinvolgenti, il cast funziona, anche perché oltre ai più giovani come Nat Wolff (Colpa delle stelle), Selena Gomez (Spring breakers), Josh Hutcherson (The hunger games), Zach Braff (Scrubs) e Ashley Greene (Twilight) ci sono delle glorie come Vincent D’Onofrio (Full metal jacket, Mystic pizza, Tango nudo, JFK, I protagonisti, Ed Wood, Strange days, Men in black, The judge, Jurassic world, I magnifici sette, Law & order), Ed Harris (Le stagioni del cuore, Sweet dreams, Il socio, Apollo 13, La macchia umana, Io e Beethoven, Mother!), il compianto Sam Shepard (I giorni del cielo, Lontano dal passato, Frances, Uomini veri, Paris, Texas, Follia d’amore, Crimini del cuore, Fiori d’acciaio, Passioni violente, Il rapporto Pelican, La neve cade sui cedri, La promessa, Black Hawk Down, Le pagine della nostra vita, I segreti di Osage County), Bryan Cranston (Salvate il soldato Ryan, Little Miss Sunshine, Argo, Breaking Bad) e Robert Duvall (Il buio oltre la siepe, Non torno a casa stasera, M*A*S*H, Io sono la legge, Il padrino, Quinto potere, Apocalypse now, Tender mercies, Il migliore, Giorni di tuono, La peste, Un giorno di ordinaria follia, Conflitto di interessi): non perfetto, ma piacevole a vedersi.

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Una risposta a "“In dubious battle”"

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