locarno 2017

“Wonderstruck”

Julianne-Moore-Wonderstruckdi Gabriele Ottaviani

Wonderstruck. Nel millenovecentoventisette una ragazzina che sin dalla nascita non possiede il dono dell’udito fugge dal New Jersey, dall’augusta magione del ricchissimo padre padrone, per andare alla ricerca del fratello e soprattutto della mamma, diva di quel cinema che sta morendo, perché muto. Nel millenovecentosettantasette un ragazzino che ha appena perso la mamma in un incidente stradale fugge dal Minnesota, dall’ospedale dove è stato ricoverato dopo che per colpa di un fulmine non sente più, per cercare il padre di cui non sa nulla. Per entrambi la meta agognata è New York. È tratto da un’opera letteraria – omonima – di Brian Selznick ed espressamente dedicata all’infanzia l’ultimo film di Todd Haynes, passato da Cannes sotto un ingeneroso silenzio (quando non recensito con negatività), e sì, è vero, non è né Carol né soprattutto Lontano dal paradiso, è meno definito per quel che concerne alcuni dettagli, ma è una pellicola che definire ottima pare davvero poco. Perché è l’arte – l’artigianato, verrebbe da dire – del cinema al suo massimo livello. Perché è piena di chiavi di lettura, di suggestioni, di livelli, di temi. Perché è realmente una camera delle meraviglie, come dice il titolo, è una collezione della più pura e grande bellezza, che esplode dinnanzi agli occhi di chi guarda come un libro pop-up. Perché c’è dentro tanto di quel cuore che non si trovano le parole per descriverne la maestosità. Perché dal punto di vista tecnico è un film sopraffino. Perché emoziona fino alle lacrime, a dirotto, persino col silenzio. Perché non esistono dialoghi più precisi di quelli nella lingua dei segni. Perché pure le parti in bianco e nero sembrano colorate di mille sfumature. Perché raramente la Grande Mela è apparsa così bella. Anche nei suoi quartieri peggiori. Perché è incredibile come degli adulti abbiano saputo immedesimarsi così profondamente nel punto di vista dell’infanzia. Perché Oakles Fegley e Millicent Simmonds, che non udente lo è per davvero, sono strepitosi. Perché Michelle Williams, che compare meno di un attimo, è perfetta. Perché se Julianne Moore, che ha un doppio ruolo, se non prende stavolta l’Oscar come migliore attrice non protagonista c’è da gridare vendetta fino a perdere la voce e l’aria nei polmoni. Imprescindibile.

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